I secoli bui: la caccia alle streghe e le persecuzioni degli eretici

Per quasi un millennio, dal IV al XIII secolo, non si parlò più apertamente di tortura, perché la Chiesa, essendo nota come religione dei poveri, degli schiavi e dei reietti, ci teneva a dare di sé un’immagine positiva. Non è però pensabile che la tortura fosse sparita dal mondo occidentale e soprattutto non è possibile dimenticare che, anche da parte di religiosi e di padri della chiesa, vennero inflitte torture e persecuzioni a coloro che ancora persistevano nella religione pagana.
È emblematico il caso di Hypatia, matematica, astronomia e sensibile filosofia neoplatonica del V secolo d.C, particolarmente invisa al vescovo Cirillo (che concluderà la sua brillante esistenza nientemeno che con la santificazione!) il vescovo, nella primavera 415, farà in modo che Hypatia, mentre cammina tranquillamente in strada, venga assalita e trascinata in chiesa dove egli stesso, servendosi di affilate conchiglie, la scarnifica fino alla morte, proprio come amava fare Caligola, quattrocento anni prima. Poi, ne fa smembrare e bruciare il corpo. Le torture dunque continuarono, forse meno numerose di prima, magari in sordina, ma continuarono.
Dopo l’anno Mille si produsse un sostanziale cambiamento: la Chiesa, che aveva raggiunto grazie alla simbiosi stabilita con re e imperatori, una posizione di grandi privilegi e ricchezze, staccandosi definitivamente dall’originale concetto di povertà materiale, si sentì minacciata dall’avvento di movimenti eretici come i Catari e gli Albigesi e dalla proliferazione degli ebrei. Inoltre oggi siamo abituati a pensare che con Carlo Magno, strenuo sostenitore del papato e persecutore di ogni forma di idolatria (amava ardere gli idolatri insieme ai loro dei silvani) l’Europa fosse stata completamente cristianizzata, ma in realtà i culti precedenti al cristianesimo continuarono ad essere praticati in segreto. Così la chiesa si vedeva costretta, laddove non riusciva a sradicare il culto di un dio o di una dea, a tramutarlo in santo, come fu il caso di San Giorgio vittorioso sul dragone, o della mai esistita monaca santa Brigida, che era invece una popolarissima dea celtica, protettrice dei briganti.
In pieno medioevo esistevano pertanto in tutta Europa numerosissime sacche di culti non cristiani, dei quali la chiesa era perfettamente a conoscenza e che tollerava fintanto che non diventavano troppo manifesti. Una ulteriore prova di questo la si può trovare in un erbario inglese del XII secolo, conservato al British Museum, che contiene una preghiera alla neolitica Grande Dea Madre: “Terra, dea divina, Madre Natura, che generi ogni cosa e sempre fai riapparire il sole di cui hai fatto dono alle genti, guardiana del cielo, del mare e di tutti gli dei e le potenze. A buon diritto invero tu sei detta Grande Madre degli dei. O, dea, io ti adoro come divina, io invoco il tuo nome, degnati di concedermi ciò che ti chiedo, in modo ch’io possa in cambio colmare di grazia la tua divinità, con la fede che ti è dovuta”. Il meno che si può dire è che l’autore inglese di questa ode non era cristiano, nonostante l’Inghilterra fosse stata cristianizzata ormai da alcuni secoli.
Quella che venne denominata “caccia alle streghe” fu in realtà una sistematica, preordinata, violenta repressione di culti ancora vivissimi in Europa dopo oltre mille anni di cristianesimo, culti che, uniti all’espansione europea degli ebrei e alla proliferazione di movimenti definiti eretici, stava seriamente minacciando il potere della Chiesa in tutto l’Occidente.
Tutto ciò convinse la chiesa della necessità di essere meno tollerante e di adottare metodi più incisivi: infatti una bolla papale del 1253 stabilisce apertamente che coloro che sono sospetti di eresia devono essere sottoposti a tortura.

LA NASCITA DELL’INQUISIZIONE
È del XIII secolo la nascita della procedura inquisitoria dapprima nel sud della Francia e poi estesa a tutto il resto d’Europa nel giro di pochi anni. In origine la sua competenza era limitata all’eresia, ma presto si estese ad altri reati, come la blasfemia, la bigamia, la stregoneria. L’inquisizione attaccò violentemente le tre “tentazioni”: la tentazione per essere diversi, vale a dire la diversità religiosa ed etnica ; la tentazione del pensare (diverso) che si manifestava nel parlare e nello scrivere; la tentazione del sentire che comprendeva i peccati sessuali. Codificando, reprimendo e punendo queste “tentazioni” la Chiesa riuscì a controllare e debellare, nel giro di qualche secolo, tutto ciò che la infastidiva e a ergersi a maggiore, se non proprio unica, potenza mondiale. Merita ricordare che la Spagna cominciò a dirigere le sue persecuzioni contro ebrei ed eretici, sterminando intere famiglie (e annettendosi le ricchezze); quando poi non ci furono più ebrei da bruciare e da depredare, rivolse la sua attenzione alla nuova frontiera sudamericana, dove si comportò più o meno allo stesso modo.
Sia i Paesi europei di area protestante ( come Inghilterra, Germania e alcune regioni francesi) che quelli cattolici ( come Francia e Italia), scatenarono invece una “caccia alle streghe” che assunsero proporzioni di autentiche stragi. Infatti dopo il XVIII secolo non si sentì più parlare di streghe, per il semplice fatto che non ce n’erano altre e le poche sopravvissute celarono accuratamente la loro identità, praticando i loro culti non più all’aperto ma in privato.
Nel 1542 papa Paolo III, che voleva un tribunale inquisitorio tutto suo, istituirà l’Inquisizione romana, contrapposta a quella spagnola, che era diventata uno strumento di terrore e potere al servizio della corona. Non risulta che questo organo della Chiesa sia mai stato sciolto, ma che invece abbia cambiato il suo nome di Congregazione per la dottrina della Fede presieduta dal cardinale Joseph Ratzinger.
I roghi dell’Inquisizione, all’epoca definita “santa”, vennero accesi per le donne accusate di stregoneria, per gli alchimisti, per gli ebrei, per i negromanti, per le levatrici, per gli zingari, per gli eretici, per i vagabondi, per gli omosessuali, per le medichesse, per i pazzi alienati e per tutti coloro che, maschi o femmine, si dedicavano alle arti magiche, come la divinazione, la geomanzia o che operavano sortilegi. Tutti quelli, in poche parole, che non accettavano di vivere secondo gli schemi imposti dall’epoca.
Non solo, ma per la durata di più di tre secoli l’accusa di stregoneria servì anche come arma per vendette trasversali o nelle campagne elettorali, come avvenne nei paesi nordici verso la fine del Medioevo, quali la Norvegia, la Danimarca e la Germania, dove era entrata in uso la pratica di accusare, inquisire e condannare a morte per stregoneria le mogli di uomini di condizione molto elevata: era infatti consuetudine che i membri di un partito lanciassero accuse di stregoneria contro le mogli dei rivali, con lo scopo di screditarli. Si tentava di incenerire un potere maschile facendo sparire tra le fiamme una vittima femminile. Apparentemente moriva una strega, in realtà si stroncava una carriera politica. L’atto per il quale merita di essere ricordato papa Innocenzo III è quello di aver pubblicato, nel 1484, la bolla Summis desiderantes affectibus, con la quale può considerarsi avviata in grande stile la caccia alle streghe.
Il Santo Padre darà mandato di debellare la stregoneria a due famosi inquisitori, Heinrich Kramer e Jakob Sprenger, i quali elaboreranno un accuratissimo manuale per classificare, riconoscere e interrogare le streghe e gli stregoni: il Malleus maleficarum.
Se non fosse per il fatto che ilo Malleus fu per secoli il vangelo degli inquisitori, che torturarono e ammazzarono migliaia di persone, sarebbe un libro che si presta a una gustosa lettura per la misogina che stilla dalle sue pagine: gli autori vi descrivono le donne come esseri inferiori, inclini alla lussuria, ignoranti, di natura perversa e dedite al commercio col demonio, dotate di attributi quali credulitas, incostantas, fragilitas, imbecillitas. C’è da chiedersi come, essendo delle minorate deficienti, potessero essere ritenute colpevoli delle loro azioni.
Il Malleus non fu né il primo né l’ultimo libro del genere, e nell’arco dei tre secoli ne verranno stillati parecchie decine, che ripeteranno tutti chi più chi meno, il medesimo catechismo, soprattutto perché l’accusa di stregoneria serviva, nel corso dei secoli, a togliere di mezzo una varietà impressionante di persone sgradite a coloro che esercitavano le autorità politica e religiosa. è da ricordare, a questo proposito, che quasi sempre l’autorità politica doveva il suo riconoscimento a quella religiosa, come assai opportunamente istituito da quel grande genio del totalitarismo che fu Carlo Magno: un solo re, una sola religione.
Spesso coloro che finivano sul rogo erano il capro espiatorio da sacrificare per allontanare dal villaggio, dal paese, dalle regione o dallo stato una calamità che di volta in volta aveva le sembianze della carestia o di un’epidemia, come la peste che flagellò l’Europa per secoli, oppure sconfiggere la paura dell’invasione dei nuovi barbari, nemici della religione cristiana, i terribili turchi. L’ignoranza delle cause del prodursi di questi avvenimenti spinse alla ricerca di presunti colpevoli, che potevano essere il singolo, o un’intera famiglia, oppure un gruppo etnico o una minoranza religiosa. Questi “diversi”, impersonificazioni del male, del demonio, del “negativo” finivano per incarnare i peccati della comunità, e dovevano pertanto essere immolati per purificare tutti, diventando, a loro insaputa, novelli Cristi.
All’accusa di stregoneria era legata quella di partecipazione al sabba, per quanto riguardava le streghe, o di celebrare sacrifici umani, per quanto riguardava gli ebrei. Il cristianesimo è stato per secoli una religione intollerante, che ha sempre demonizzato le altre religioni, a cominciare da quella che, in qualche modo le ha dato vita, ‘ebraismo: non a caso shabbath ebraico sono parole simili. Insieme agli ebrei, anche i catari, gli ugonotti i valdesi e gli altri gruppi religiosi erano considerati minoranze “fastidiose” e pericolose, ed erano visti come cospiratori intenti a minare l’ordine pubblico. Nessuno doveva dubitare dell’esistenza della stregoneria. È il caso di Giovan Battista Della Porta, che nel 1558, pubblica un’opera contenente la ricetta di un unguento magico che serve alle streghe e agli stregoni per volare al sabba. L’autore lo ritiene una sostanza allucinatoria, sarà accusato di far parte di una setta stregonica. (Per dovere di cronaca si riportano gli ingredienti dell’unguento: grasso di bambino, aconito, eleoselino, pioppo, pentafillon, sangue di pipistrello, solano sonnifero, giunquiamur niger, atropa belladonna, mandragora officinarum, daturam stramonium).
Oppure è il caso del medico tedesco Johann Wier, che nella seconda metà del Cinquecento azzardò affermare che voli stregonici, sabba e ammazzamenti di infanti erano allucinazioni e condannò inoltre l’uso smodato della tortura provocando così la reazione del giudice Bodin, che si scagliò contro di lui affermando che solo i poveri ignoranti potevano dubitare del potere delle streghe e non essendo il medico ignorante era pertanto uno stregone meritevole del rogo.

I TRIBUNALI DELL’INQUISIZIONE: TORTURA PSICOLOGICA ANTE LITTERAM
Per rendersi conto di quale fosse il calvario di quanti erano accusati di stregoneria e di eresia bisogna seguirlo passo passo dal momento dell’arresto. Già il carcere era una prova non facile da affrontare: buio, freddo, infestato da topi e parassiti, e spesso tanto umido che la paglia sul pavimento era fradicia e marcia.
Le donne che erano in odore di stregoneria spesso venivano sottoposte alla prova dell’acqua che consisteva in questo: si legava il polso destro della sospetta alla sua caviglia sinistra e il polso sinistro alla sua caviglia destra, la si rinchiudeva in un sacco e la si gettava in acqua. Se galleggiava era una strega. Se non era una strega, era morta: annegata. La procedura normale all’interrogatorio di un accusato iniziava con la territio, per comprendere che cosa significava è necessario immaginare di essere in un’epoca come quella dell’Inquisizione, durante la quale i poveri, gli ignoranti, gli emarginati, i vecchi in una parola la plebe, più che mai non avevano la possibilità di difendersi. Non potevano nemmeno sperare nell’intervento di un avvocato difensore che, nella stragrande maggioranza dei casi, era scelto “d’ufficio” e assai poco incline a prodigarsi nella difesa dell’accusato perché, se lo avesse fatto in maniera appassionata, sarebbe finito lui pure sul banco degli imputati. L’unica difesa possibile era negare a oltranza le colpe delle quali erano accusati.
I poveretti non avevano neppure il sostegno di una vivace dialettica, essendo quasi sempre analfabeti: la scuole non erano appannaggio di tutti ( e meno ancora delle donne, ritenute utili principalmente come madri e come mogli, cioè come serve che non era necessario salariale, dunque era del tutto inutile sprecare denaro e privarsi delle loro braccia per farle istruire). Non c’erano Tribunali della Libertà né Amnesty International per chi compariva davanti a un tribunale dell’Inquisizione, non c’era nessuno che parlava in loro favore, erano soli, in balia degli inquisitori. Merita spendere qualche parola su questa categoria di individui. La religione cristiana, che al suo nascere aveva avuto se non altro il pregio di affermare la libertà dell’individuo, nell’arco di un brevissimo tempo aveva mutato rotta e, al concetto di libertà, aveva contrapposto una violenta repressione sessuale, basti pensare che per Sant’Agostino la condizione ideale della donna era quella di vergine! Uomini e donne non dovevano avere pensieri licenziosi, perché pensare al sesso, al di fuori del matrimonio, era già un grave peccato e coitare era concesso solo per figliare nuove pecorelle per il gregge divino ( e questo fino all’altro ieri, quando sulle camice da notte delle spose si ricamava la lapidaria frase “non lo fo per piacer mio ma per dare figli a Dio”, evidentemente per informare il marito che non doveva aspettarsi alcuna partecipazione attiva da parte della moglie nell’espletamento dei “doveri” coniugali).
In un tale clima sessuofobo, prelati e uomini di legge non potevano concedersi diversivi se non rischiando reputazione e carriera e comunque, l’educazione ricevuta fin dalla culla non li inclinava verso i piaceri della carne: la repressione sessuale era per loro fortissima, dapprima quella culturale, poi quella della loro coscienza.
Ma la natura è un creditore che non concede dilazioni e, per quanto si cerchi di comprimerlo e di reprimerlo, l’istinto sessuale è un istinto primario, come il bere, il mangiare e il dormire, altrimenti il genere umano sarebbe estinto da un pezzo. È l’istinto sessuale, che questi uomini vivevano con vergogna e aberrazione, esplodeva nel loro zelo di castigatori, di purificatori, di tutori dell’ordine (sessuale). Le loro appendici sessuali, che certamente non rimanevano costantemente inerti, li avvisavano che la carne esigeva soddisfazione, una soddisfazione che essi non erano in grado di procurarsi perché i loro freni inibitori erano troppo potenti: dunque la loro soddisfazione possibile era quella che passava attraverso la tortura di coloro che avevano commesso il peccato di essere soddisfatti fornicando col diavolo. Essi diventavano perfettamente sadici, laddove il sadismo è inteso come forma perversa che ricavava il proprio piacere dal provocare dolore in maniera cosciente, crudele e continuata e che gode nella manifestazione della sofferenza procurata. Infliggendo il male, i torturatori raggiungevano il duplice scopo della soddisfazione sadica e di compiacimento di sé, per aver stanato il demone dal corpo dell’inquisito.
Era nelle mani di simili individui che cadevano coloro che erano sospettati di maleficio e di eresia. Il primo passo nella sala di tortura portava l’accusato a diretto contatto, abbiamo detto, con la “territio”. Questo aveva un suo preciso rituale, teso a spaventare, umiliare e porre in uno stato di soggezione psicologica l’accusato. Egli veniva spogliato nudo, perché si riteneva che, se era una strega o uno stregone, aveva intessuto la sua veste con fili demoniaci, che avrebbero potuto sottrarlo alle mani dei suoi accusatori. Poi veniva rasato in ogni parte del corpo, per cercare il marchio che il demonio vi aveva impresso come simbolo del patto che avevano stretto insieme. Il marchio poteva essere della più varia natura e conformazione e assumere le sembianze di un porro, una macchia sulla pelle, una cicatrice o persino una banale escoriazione; quest’ultima era addirittura ritenuta la prova che lo sposalizio con Satana era avvenuto di recente!
Infine, gli venivano mostrati gli strumenti con i quali sarebbe stato torturato. Il carnefice aveva un adeguato arsenale con i quali intervenire, più o meno come un moderno chirurgo, dalle più banali pinze, tenaglie e fruste, fino a strumenti meccanici che solo il genio di un sadico squilibrati può pensare di progettare.
Di tutto ciò non vale la pena di meravigliarsi, perché le politiche delle repressioni e dei terrori sono sempre stati i mezzi di governo prediletti dai regimi totalitari, come la Chiesa, fino a una manciata di decenni fa. Un cenno particolare meritano le “confessioni spontanee” dalle quali si trovavano tracce nei vari verbali di interrogatorio.
Il padre gesuita von Spee, confessore di coloro che venivano condannati a morte per stregoneria, a metà del seicento, parlando delle confessioni “spontanee” rese dalle streghe senza tortura riferisce che sono in realtà interrogatori durante il quale veniva impiegata “solo una grossa morsa di ferro con punte acuminate, applicata agli stinchi con forza tale che la carne sprizzava sangue dai lati. Eppure costoro (giudici e inquisitori) affermavano che si era trattato di confessione senza tortura. Così, dicono, non c’è da dubitare dell’esistenza delle streghe, dal momento che molte hanno confessato spontaneamente senza tortura”.
Un giudice poteva promettere a streghe e stregoni di aver salva la vita, sapendo benissimo che non avrebbe mantenuto la parola, solo per indurli a confessare:”può esserle assicurato che avrà salva la vita purchè riveli altre streghe con segni certi e verissimi la promessa deve essere mantenuta per un certo tempo, ma dopo un po’ deve essere bruciata; il giudice può sicuramente promettere salva la vita ma in modo tale che in seguito si esoneri dall’emettere una sentenza e al suo posto sia sostituito da un altro”, che emetterà una condanna a morte.
Se la territio non induceva l’accusato alla confessione, si procedeva con la tortura, nel corso della quale non era infrequente che il malcapitato perisce, benchè si raccomandasse al carnefice di dosare i vari supplizi in modo da non provocare la morte dell’inquisito.

LE TORTURE DELL’INQUISIZIONE
Per comprendere quanto fosse atroce subire la tortura è sufficiente scorrere gli atti dei processi dell’epoca: Anna Botton, stremata dai supplizi, supplica inutilmente i suoi torturatori: ” Datum più prest un’altra morte”, ma non verrà esudita e morirà nel corso della tortura e Lucrezia de Lada, che farà la stessa fine, ha lasciato ai suoi tormentatori la straziante invocazione: ” Con li animal non si fa tant”.
Von Spee fu una delle poche voci che si levò contro la tortura. Sua è la seguente testimonianza: ” L’altro giorno un certo inquisitore osò dire con grande verità che se il papa in persona fosse caduto nelle sue mani, lo si sarebbe sottoposto a tale tortura, che avrebbe ammesso di essere egli stesso stregone”. E ancora: ” Ho sentito dire che i giuristi e gli inquisitori sono retribuiti con compensi proporzionali al numero degli imputati nella misura di quattro o cinque talleri a persona, così sarà molto più facile essere ritenuti colpevoli se il guadagno del giudice risulterà maggiore, quanto maggiore sarà il numero dei colpevoli”, insomma condanne a cottimo! Le torture erano di una varietà sorprendente, a triste testimonianza che le fantasie sadiche non sono una prerogativa del Divino Marchese, ma sono sempre esistite e ogni Paese e ogni tempo ha inventato le proprie. Si iniziava da quelle più leggere. Stringere le dita delle mani in morse di legno o di ferro, oppure conficcare degli aghi sotto le unghie era considerata una tortura lieve: quanto dolore era in grado di procurare può immaginarselo chiunque. Aghi e spilloni benedetti erano usati anche per verificare se il marchio demoniaco, o i marchi demoniaci, erano, come si riteneva, insensibili.
Si trafiggevano con essi i nei o le macchie della pelle, o tutto ciò che era indizio di anormalità, per vedere la reazione del malcapitato il quale, com’è facile immaginarsi, non rimaneva certo indifferente. Finchè le trafitture provocavano dolore l’accusato era salvo, ma se malauguratamente, lo spillone colpiva un punto insensibile, ecco la prova incontestabile che qui il diavolo aveva posto il suo marchio. Ma non finiva qui.
Il solerte inquisitore, nel caso non riuscisse a riscontrare zone insensibili, si muniva di uno spillo con la punta retrattile, così da simulare l’insensibilità dell’accusato e poterlo incriminare per stregoneria.
Un simile metodo venne adoperato dai giudici del tribunale di Loudon, in Francia, per interrogare l’abate Urbain Grandier, che finì infatti sul rogo, accusato di aver portato nientemeno che uno stuolo di demoni all’interno del convento della città per sollazzare le suore, dalla badessa all’ultima conversa.

LA TORTURA DELLA CORDA E GLI STRAPPI
La cinematografia, salvo poche eccezioni, ha abituato lo spettatore alla rappresentazione classica della tortura sotto forma di fustigazione o di stiramento dell’accusato, di solito legato supino al banco con braccia e gambe divaricate, che vengono via via sottoposte a una tradizione sempre maggiore. Era una posizione ideale per infliggere sull’accusato con tutti i mezzi che la perversa fantasia inquisitoriale poteva inventarsi.
Uno dei tormenti prediletti dagli inquisitori, e al quale raramente gli accusati sfuggivano, era la sospensione alla corda. Consisteva nel ripiegare le braccia del malcapitato dietro la schiena, legargli una ai polsi e sollevato da terra per mezzo di una carrucola. Già da solo questo era un supplizio. La pena però non si esauriva qui, perché, quando la vittima era stata sollevata ad una certa altezza, si allentava improvvisamente la tensione in modo da lasciarla cadere con uno strappo, ma non fino a farle toccare terra. È chiaro che il primo risultato era come minimo la lussazione delle braccia, seguita dalla slogatura dei polsi, dei gomiti e delle spalle.
Il supplizio era particolarmente gradito agli accusatori perché la corde era si pericolosa, in quanto un inquisito vi poteva morire o uscirne irrimediabilmente disarticolato ma, nelle mani di un abile carnefice, che sapesse dosare gli strappi, il sistema era molto efficace per far confessare anche i più reticenti. E, nel caso di un accusato particolarmente cocciuto, presentabile l’innegabile vantaggio di potervi inserire degli optional, come per esempio acqua gelida sulla schiena, sui muscoli e i nervi stirati e contratti: non era certo un sollievo per gli interrogati.
Se nemmeno l’acqua gelata sul suppliziato appeso aveva ragione sulla sua testardaggine nel rifiutarsi a confessare, si provvedeva ad appendergli ai piedi dei pesi, così da rendere più dolorosi gli strappi in caduta e, se ancora persisteva nel suo “errore”, gli si poteva sempre accendere il fuoco sotto le piante dei piedi.

TORTURE COL FUOCO
Il fuoco sotto ai piedi era uno dei chiodi fissi dei giudici. Si procedeva in questo modo: dopo aver legato l’interrogato a un’asse, in posizione seduta, gli si ungevano i piedi di lardo, vi si accendeva sotto un fuoco e lo si teneva per la durata della recitazione di un Credo. Spesso, dopo, non si potevano più usare i piedi, come testimoniano gli atti di un processo del 1587 dove una presunta strega ne perde l’uso. Nonostante l’evidenza dei fatti il vicario vescovile di Albenga, suo inquisitore, affermerà: ” il fuoco ai piedi fu dato solo a quattro gagliardissimamente indiziate, et a tutte con misura; né è vero che alcuna habbi per questo perso li piedi ma non è anco guarita forse piuttosto per colpa di mala cura che per l’estremità del tormento”.
Comunque sia, a Palermo, nel 1684 e 1716 due condannati all’impiccagione vennero portati sul luogo dell’esecuzione legati a una sedia perché incapaci di reggersi in piedi in seguito al tormento del fuoco. Il boia sarà costretto a strangolarli anziché sospenderli.
Una variante al fuoco a diretto contatto con le carni degli inquisiti erano le uova sode, non da mangiare, ma da applicare, appena tolte dall’acqua bollente, sotto le ascelle o fra le cosce; i tribunali più raffinati e con maggiori mezzi economici sostituivano le uova con sfere di ferri incandescenti, ma i posti di elezione dove metterle restavano gli stessi. Un carnefice grossolano poteva anche adoperare piccole dosi di olio bollente, da versare goccia a goccia sull’imputato, naturalmente nei suoi punti più sensibili, le zone erogene tanto per capirci.
Sempre per restare in argomento ustioni, è bene ricordare il supplizio della sedia, che non era stata ideata per mettere a suo agio l’iniziato, si trattava infatti di una sedia di ferro, tutto irta di punte acuminate sulle quali veniva fatto sedere l’imputato che, è inutile ricordarlo, era completamente nudo e legato in modo da non potersi alzare. Si procedeva poi accendendo il fuoco sotto la sedia che, in breve, cominciava a scottare, spingendo l’imputato a dimenarsi. I contorcimenti del poveretto sopra le punte di ferro gli laceravano la pelle e il fuoco sotto la sedia gli ustionava le ferite, soprattutto nelle parti più delicate, quelle “intime”, realizzando così, almeno in parte, gli intendimenti dei suoi giudici tormentatori che, oltre a interrogarlo, intendevano anche ammendarlo dei peccati di lussuria consumati col demonio.
I piedi esercitavano un fascino particolare sugli inquisitori, perché un apprezzatissimo tormento era quello della capra, tormento particolarmente diabolico. L’innocuo animale, tenuto a digiuno per diversi giorni, veniva condotto al cospetto dell’accusato, al quale si erano state spalmate di sale le piante dei piedi. La capra, affamata, cominciava a leccare la pelle salata e spesso non si fermava finchè la sua lingua ruvida, dopo aver consumato la pelle e lo strato muscolare, non arrivava all’osso!

LA TORTURA DELL’ACQUA
Dal fuoco al sale si poteva tranquillamente approdare all’acqua.
L’accusato veniva disteso supino su un’asse orizzontale e gli si versava sullo stomaco, per mezzo di un imbuto il cui becco era cacciato fino in gola, da 5 a 15 litri d’acqua. Già questo era un tormento sufficiente a generare il panico nell’accusato, perché il terrore di soffocare, causato dall’imbuto e dall’impossibilità di respirare mente l’acqua gli veniva versata in gola, era terribile.
Quando lo stomaco era teso come un otre si inclinava l’asse in modo che l’interrogato venisse a trovarsi con la testa in basso: la pressione dell’acqua contro il diaframma e il cuore provocava dolori lancinanti che, se non erano sufficienti a farlo confessare, venivano aggravati da brutali percosse sul ventre. La tortura dell’acqua fu tanto in voga e per così lungo tempo che, sotto il regno di Luigi XIV, era ancora in auge: così infatti venne interrogata e con successo, la marchesa di Brinvilliers, che confessò di aver avvelenato tre quarti della sua famiglia, anche se inizialmente si era dimostrata tanto brillante e spiritosa da esclamare, alla vista dei secchi d’acqua che dovevano servire alla tortura: “Di certo serve per farmi il bagno! Non posso pensare che la beva tutta”.
L’ingegno dei torturatori, che non conosceva limite, aveva elaborato un diversivo rispetto al supplizio dell’acqua, consistente nello spingere nella gola del malcapitato un velo bagnato, accompagnato da sorsi d’acqua, finchè non arriva allo stomaco. A questo punto il velo veniva strappato con un unico colpo.
Purtroppo la tortura del velo non riscosse grande successo: si dimostrò poco appropriata perché, nella maggioranza dei casi, l’interrogato, dopo lo strappo, spirava con le proprie viscere tra i denti.
A paragone del velo, la tortura dello scarafaggio sembrava una passeggiata di salute! Uno scarafaggio, oppure un tafano, venivano posti sotto un bicchiere sull’ombelico: l’animale, cercando una via attraverso la quale uscire, rodeva lentamente la carne del suppliziato e poteva giungere fin nei suoi intestini.
C’era poi la vasta scelta dei flagelli, fasci di catene, da due fino a otto, inframmezzate da punte o stelle taglienti, che dove colpivano laceravano pelle e carne. Oppure il nerbo di bue, che con pochi colpi era in grado di tagliare la carne di una natica fino all’osso, o ancora il “solletico spagnolo”, evidentemente di origine iberica, consiste in arnesi di ferro simili a zampette di gatto montati su un manico di legno, che avevano lo scopo di asportare brandelli di carne della vittima.
L’ingegno alchemico dei torturatori aveva inoltre partorito la “gatta”, che non era un animale mostruoso, un mostruoso aggeggio, fatto con una cinquantina di corde di canapa bagnate d’acqua, zolfo e sale, che veniva applicato sulla schiena, sull’addome, sui genitali. Il risultato era che la carne dell’interrogato, per effetto del miscuglio con il quale erano imbevute le corde, si riduceva lentamente, scoprendo polmoni, fegato, reni, intestino. Le tenaglie roventi, che tanto spesso si vedono nei film di soggetto medievale, erano per lo più adoperate per amputare e contemporaneamente cauterizzare le ferite, così da evitare il rapido dissanguamento delle vittima.
Tutto quello che era asportabile veniva rimosso per mezzo di pinze roventi, a cominciare dalla lingua, per continuare con gli occhi e via di seguito senza, naturalmente, tralasciare i genitali.
Spesso le torture rendevano storpi e sciancati per il resto della loro vita coloro che le avevano subite, se era loro concesso di vivere. Più spesso, quelli che alla fine confessavano anche colpe che non avevano commesso, preferendo la condanna al protrarsi dei tormenti, venivano condotti al rogo legati a una scala, che svolgeva le funzioni di barella, perché ridotti a un insieme di membra slogale, spezzate e piegate, e incapaci di articolare un solo movimento.

L’AFFANNO DEGLI INQUISITORI NELLA REPRESSIONE DEL SESSO DEMONIACO
Non mancavano le torture di sfondo squisitamente sessuale, particolarmente appropriate per donne e uomini che erano accusati di avere avuto rapporti sessuali col demonio.
Si riteneva che le fornicazioni sataniche avvenissero di preferenza nel corso del sabba, una cerimonia che vedeva riuniti streghe e stregoni i quali vi omaggiavano, nei modi più turpi e lussuriosi, il diavolo. Il sabba riuniva espressioni della cultura e del folclore di genti diverse, molti delle quali precedenti al cristianesimo, come i baccanali e i saturnali.
Era una festa che si svolgeva prevalentemente di notte, in una radura all’aperto, e alla quale i partecipanti spesso giungevano mascherati da animali, dando libero sfogo alla sessualità, sotto ogni forma, non escludendo l’omosessualità maschile e femminile, e l’incesto.
L’antropologa inglese Margaret Murray ha teorizzato che si trattasse di un antico rito legato ai culti della fertilità, particolarmente sgradito ai cristiani perché, al culmine della festa, i fuochi venivano spenti e i partecipanti si univano liberamente in un’orgia sessuale.
La faccenda dell’orgia sarà accuratamente indagata dagli inquisitori durante i processi di stregoneria, sviscerandola fino alla nausea, certamente per soddisfare la pruderie dei giudici.
Se però si guarda al sabba con occhi disincantati e privi di pregiudizi sarà impossibile non distinguerne le numerose analogie con il moderno carnevale, anche questa una festa durante la quale ci si maschera, ci si diverte, si mangia e, avendone la possibilità, ci si abbandona ai piaceri della carne. La similitudine tra il carnevale e il sabba non era sfuggita agli inquisitori dell’epoca, tanto è vero che l’arcivescovo di Milano, Carlo Borromeo, aveva particolarmente in odio il carnevale, e lo riteneva ” memorie del paganesimo delle quali si è servito il demonio” perché con le maschere “gli uomini studiino non solo di trasformarsi, ma di scancellare quella figura che Dio gli ha data, anzi alcuni rappresentano quelle metamorfosi con trasformazioni in bestie” e, come conseguenza di ciò, ai milanesi e alle prese con la peste “i nostri carnevali, ispirati al diavolo, hanno avuto non piccola parte in provocare Dio a flagellarsi con la peste”, ammoniva il sant’uomo. Il sabba, in molte regioni europee, era così popolare, che non vi erano estranei preti – stregoni, uomini che durante il giorno officiavano la messa cristiana e durante la notte presenziavano a quella demoniaca. Non sempre questi preti partecipavano al sabba in spregio alla Chiesa: molto spesso anzi la loro partecipazione era dettata dalla convinzione che, essendo gli antichi riti molto più radicati tra le popolazioni rurali di quanto non lo fosse la religione cristiana, era più semplice lasciare alla povera gente la convinzione che la vecchia e la nuova religione potevano coesistere. È in questo modo che i nuovi culti si sono sovrapposti, nel corso dei secoli, a culti precedenti e persino il cristianesimo nella sua fase iniziale, dovette mutuare festività religiose, santi e persino madonne dalle religioni preesistenti, basti pensare a quanto è sentita in numerosi paesi la devozione alla Madonna nera, che altro non è se non la trasposizione di una divinità femminile venerata da tempo immemorabile, con ogni probabilità precedente addirittura alla Iside nera egizia, e riconoscibile forse nella Grande Madre preistorica.
Riguardo ai preti – stregoni è curioso segnalare il caso di un ecclesiastico processato a Bordeaux nel 1611, accusato da “pentiti” che, pare, esistevano già quattro secoli prima, di aver detto messa al sabba, per dispregio a Cristo “non rivolto verso l’altare” ma “tutto a rovescio, col viso rivolto al popolo”, cioè come si usa nella messa moderna.
Comunque fosse, la Chiesa era oltremodo infastidita del sesso che veniva praticato nel corso del sabba, perché vi vedeva minate le istituzioni religiose e sociali come il matrimonio.
La libertà sessuale è un comportamento che ha sempre spaventato le autorità politiche e religiose, basti pensare al turbamento prodotto dagli Hippy negli anni settanta ( del XX secolo non del Medioevo!) semplicemente professando al comunione con la natura, la nudità rituale, la libertà sessuale, tutte componenti che ritrovano nel sabba. Durante il sabba avveniva inoltre il rovesciamento dei ruoli, da maschile a femminile e viceversa, come affermato da un testimone: “Ciascheduna donna si chiama il suo demonio per cavarsi ognuna di noi la lussuria, ed ognuno di quegli uomini, ovvero demoni, si caccia sotto la sua amica”, in pratica, durante il rapporto sessuale la donna stava sopra l’uomo: comportamento imperdonabile, a causa del quale la primigenia Llilith venne relegata negli inferi a partorire demoni e sostituita con la più accondiscendente Eva, alla quale non dava fastidio non dava fastidio “stare sotto” Adamo, di notte come di giorno. L’insistenza degli inquisitori sui rivolti sessuali del sabba rivela non solo la loro frustrazione ma anche il loro timore del potere magico – religioso della sessualità. Il sabba infatti non si limitava a portare in superficie il desiderio di un modo di essere diametralmente opposto a quello cristiano, ma rivangava, forse inconsapevolmente, antichi culti di matrice sessuale, conferendo alla sessualità stessa un potere magico. Una testimonianza di questo si può riscontrare nel gesto che è sempre stato considerato, dagli inquisitori e più tardi dalla Chiesa tutta, il caratteristico “omaggio al diavolo” e consistente nel bacio che l’adepto apponeva al demone tra ano e pene che, guarda caso, corrisponde al punto chakra Muladara. La stimolazione del Muladara, secondo la dottrina indù, risveglia il sacro serpente Kundalini, che non è altro che l’energia vitale annidiata nel sesso e dal quale, una volta stimolata, risale srotolando le sue spire lungo la colonna vertebrale, per giungere infine alla mente e dischiuderla all’illuminazione, al divino.
Pertanto, il bacio al culo del diavolo, sarebbe stato, in realtà, una coincidenza che nel 1300, all’epoca del loro processo, anche l’ordine dei cavalieri Templari venisse accusato della medesima pratica?
Forse senza esserne a conoscenza le streghe e gli stregoni, nel sabba, invertendo il ruolo del loro stesso, accoppiandosi indiscriminatamente uomo – donna, donna – donna, uomo – uomo, infrangendo ogni tabù, realizzavano la onnilateralità della divinità, poiché è caratteristica del divino essere maschio e femmina contemporaneamente (le più antiche divinità lo erano, le religioni arcaiche lo riconoscevano e Platone lo ha vagheggiato), ed è caratteristica del divino essere non represso, non vietato, in una parola libero, quale fu l’uomo primordiale.
Proprio a causa di tutte queste caratteristiche, la Chiesa, i teologi e gli inquisitori, avevano in odio il sabba, che ritenevano luogo di sesso sfrenato e regno degli omosessuali, maschi e femmine, altra categoria invisa alla cristianità. Sprenger e Kramer nel malleus maleficarum affermano che l’ano è una prerogativa diabolica per il semplice motivo che il diavolo è il contrario di Dio, che ano non ha.
Se l’ano è demoniaco, figuriamoci la sodomia, qui intesa non solo come “vizio” al maschile, ma anche esercitata da un uomo e una donna. Infatti, il membro diabolico è biforcuto, così da essere usato simultaneamente in vagina e nell’ano, tanto da “procurare un piacer di cui non v’è in terra un altro simile”, come testimonia una strega che l’ha provato. E c’è da crederle, se si pensa che la sollecitazione anale è il primo piacere per eccellenza, quello che ogni neonato conosce. Anche la strega Giacomina de Isep confessa: “Ho avuto comertio col diavolo la prima volta de dre, et poi dinanzi” confermando le preferenze sessuali del principe delle tenebre.
Comunque, per soddisfare carnalmente i suoi fedeli, il diavolo faceva le sue apparizioni sotto forma sia di uomo che di donna, riuscendo così a essere il primo transessuale che la storia cristiana ricordi.

TORTURE A SFONDO SESSUALE
Ai sollazzi demoniaci ponevano brutalmente fine gli inquisitori, non appena subodoravano la possibilità di trovarsi di fronte a una strega o a uno stregone.
Una delle torture più “innocue” in questo caso era stringere una corda attorno ai testicoli per mezzo di un cavicchio. La corda poteva essere anche irta di puntine metalliche. Alle donne era riservato lo “straziaseni”, strumento di ferro a forma di grosso ragno che attanagliava il seno, attorno al quale veniva stretto fino ad amputarlo. Oppure, in mancanza dello straziaseni, si ricorreva più semplicemente a tenaglie roventi, con le quali la carne delle mammelle veniva lacerata e strappata pezzo dopo pezzo, a cominciare dal capezzolo, fino a quando non rimaneva più traccia del seno. Fu questo il caso di Anna Pappenheimer che, dopo essere stata fustigata, ebbe i seni strappati e, davanti ai suoi occhi, furono spinti a forza nelle bocche dei suoi figli adulti.
Questa parodia della madre e nutrice, messa in opera dai suoi torturatori, non può essere giustificata neppure dal fervore religioso ma solo dal profondo disprezzo che gli inquisitori nutrivano nei confronti del sesso femminile, vissuto come il mezzo con il quale il diavolo induceva in tentazione la carne degli uomini. Infliggere una simile umiliazione a una donna, procurarle una così atroce vergogna, era andare ben oltre la tortura fisica per estorcere una confessione, era un atto di massimo spregio nei confronti della femminilità.
Non che con gli uomini gli inquisitori si dimostrassero di cuore tenero: la “culla di giuda”, il “topo” e la “pera” venivano applicati indifferentemente a uomini e donne: anche se può sembrare strano, solo il “topo” corrisponde a ciò che in realtà era: un topo vivo!
L’animale veniva inserito nella vagina o nell’ano con la testa rivolta verso gli organi interni della vittima e spesso, l’apertura veniva cucita. La bestiola, cercando affannosamente una via d’uscita, graffiava e rodeva le carni e gli organi dei suppliziati. Solo Iddio sa come i disgraziati riuscissero a sopportare il terrore provocato alla sola vista del topo che da li a poco sarebbe entrato nel suo corpo.
La pera era uno strumento di legno meccanico (a forma, appunto, di pera) diviso in spicchi, che poteva essere aperto attraverso giri di vite. La sua superficie era munita di rebbi di ferro studiati appositamente per strappare e lacerare. La “pera” poteva essere applicata indifferentemente alla bocca, alla vagina e all’ano, mentre era ancora chiusa, e veniva poi aperta lentamente fino alla sua massima espansione, poi fatta ruotare all’interno dell’orifizio nel quale era stata inserita e infine brutalmente estratta, procurando orrende mutilazioni e a volte la morte. Dulcis in fundo la “culla di giuda”, che non aveva niente a che vedere, ovviamente, con un luogo di riposo. Era un cuneo di ferro alla sommità di un palo, sul quale veniva issato l’interrogato. Si faceva combaciare il cuneo con la vagina o con l’ano del torturato, il quale veniva lasciato “seduto” sullo strumento, che lentamente, penetrava nel corpo della vittima. Nella sfortunata eventualità che l’inquisito fosse stato di costituzione troppo esile perché il suo peso lo facesse scivolare sul cuneo, si provvedeva ad appesantirlo legandogli dei pesi ai piedi e ai polsi. È una tortura che ricorda l’impalamento, ma che non giungeva alle sue estreme conseguenze, anche se al sofferenza inflitta non era dissimile.
Non scampavano alle torture e alla morte neppure i bambini, in quanto erano considerati tali solo quelli che non avevano raggiunto i sette anni di età, né i vecchi, che non erano vecchi se non avevano compiuto settant’anni. Cosa potevano fare le streghe per difendersi? Niente. Come infatti sfuggire a un tribunale di inquisitori che aveva come mezzo di confessione la tortura? Le streghe attinsero allora al loro sapere con lo scopo di cucirsi la bocca e di non confessare niente.
Le radici della loro religione, l’Antica Religione, affondavano nei riti primitivi e nella magia simpatica: in che modo poter diventare mute come un morto? Semplice: mangiando una parte di esso.
E quale parte della popolazione moriva di più nel Medioevo? I neonati, perché la mortalità infantile era altissima, sia per la malnutrizione delle madri che per le pessime condizioni igeniche. Ecco allora che si diffuse tra le streghe la credenza che, mangiando una piccola parte di organo di un cadaverino, esse sarebbero riuscite a tacere anche sotto la più efferata tortura. Infatti molte saranno le streghe che confesseranno di aver disseppellito piccoli cadaveri, averne estratto il fegato, averlo cotto e averne mangiato un pezzetto.
Questo appare sicuramente raccapricciante alla mentalità moderna, ma all’epoca una strega doveva scegliere se mangiare un po’ di fegato che, una volta cotto, non era molto diverso da un qualsiasi altro fegato, oppure morire tra atroci tormenti. Se pare abominevole che delle povere donne superstiziose e impaurite abbiano mangiato il fegato di neonati morti, che dire, allora, di papa Innocenzo VIII, il cui medico ebreo, sul letto di morte ” credette di potergli ridare forze iniettandogli sangue di fanciulli vivi: tre ragazzi decenni furono comprati a questo scopo e morirono vittime dell’atroce esperimento?”
Furono le confessioni delle streghe che contribuirono alla diffusine dalla diceria che esse rapissero e uccisero bambini per cibarsene, preferibilmente nel corso del sabba. È un’accusa che dovrebbe quantomeno risultare sospetta, essendo stata adoperata, nel corso del secolo, dai vincitori nei confronti degli sconfitti, vedi il caso di Roma e delle accuse lanciate contro Cartagine di sacrificare i bambini a Moloch, e da coloro che vogliono coprire di fango un nemico o presunto tale, vedi la propaganda nazista nei confronti degli ebrei e la più recente propaganda cattolica nei confronti del comunismo: tutti “mangiavano” bambini.

ESECUZIONI CAPITALI DELL’INQUISIZIONE
Una volta assodato che l’accusato era colpevole, non c’era scampo: doveva morire, soprattutto per purificarsi l’anima e poi in obbedienza sl comandamento dell’Esodo (22,17): ” Non lascerai vivere colei che pratica la magia”, si sottolinea qui il fatto che gli autori biblici ritenevano la stregoneria una prerogativa femminile. A questo scopo, streghe e stregoni venivano arsi a fuoco lento, forse per prolungare l’agonia a maggior edificazione degli spettatori. Se il boia era caritatevole provvedeva a inumidire la legna, affinchè il fuoco fosse particolarmente fumoso: questo provocava la morte del malcapitato per soffocamento e gli risparmiava l’atrocità di morire per le ustioni.
Molto spesso i condannati venivano soffocati con un laccio e poi gettati nel fuoco: streghe e stregoni garrottati erano frequenti nella Spagna dell’Inquisizione.
La garrotta era nello stesso tempo strumento di morte e di tortura. Il condannato veniva fatto sedere su una panchina e appoggiato a un palo che si trovava alle sue spalle. Sul palo, all’altezza del collo del condannato, passava un cerchio di ferro, anch’esso metallico. Il cerchio veniva stretto alla gola del condannato per mezzo di una manovella e il cuneo penetrava nel collo. Così, mentre veniva soffocato dal cerchio, il cuneo spezzava le vertebre cervicali. Il tutto aveva una durata di una ventina di minuti, durante i quali il condannato era sempre cosciente. Questo sistema di morte è rimasto in uso in Spagna fino a qualche decenni fa.
I Padri Pellegrini nel Nuovo Mondo preferirono di gran lunga punire streghe e stregoni con l’impiccagione e a Salem, in Massachussets, ne appesero in gran numero.
L’impiccagione, che venne praticata in Gran Bretagna fino al 1959, potrebbe sembrare un metodo di morte clemente, soprattutto se paragonato agli altri, ma bisognerà ricordare che, dal momento in cui il cappio si stringe al collo del condannato, comprimendone le vie respiratorie, a quando cessa di vivere, trascorrere un tempo di sopravvivenza che è di una decina di minuti che, in condizioni normali sembrano brevi, ma che per uno che sta soffocando sono un’eterna agonia.
Metodi quali il fuoco, la garrotta, l’impiccagione dovettero comunque sembrare insufficienti a un magistrato della Lorena, che condannò una congrega di streghe a essere smembrate per mezzo di tenaglie roventi. Tale crudeltà sembrò eccessiva perfino ai giudici ecclesiastici, che accolsero le suppliche delle poverette e le condannarono a essere giustiziate mediante un colpo di scure, in pratica a essere decapitate. Tanta clemenza commosse le streghe che andarono incontro alla morte ringraziando tra le lacrime i loro giudici, assicurando che avrebbero pregato per loro nell’altro mondo.
Alle torture e all’esecuzione finale non sfuggivano neppure le donne incinte, come testimoniato da una xilografia inglese del 1555, nella quale è illustrato il rogo di alcune streghe, una delle quali è in stato di avanzata gravidanza: il calore del fuoco le ha fatto scoppiare il ventre e il feto è volato in aria, ma uno zelante carnefice, munito di un forcone, lo rintraccia tra le alte fiamme, sotto gli occhi attenti degli spettatori.
Non si dica che la testimonianza non è autentica: in questo caso l’autore della “foto d’epoca” è stato sicuramente presente all’esecuzione per poterla rappresentare in tutta la sua atrocità e drammaticità.
Teologi, inquisitori e giudici consideravano le streghe e i sodomiti come parenti stretti, perché li ritenevano entrambi assassini del genere umano: le streghe erano accusate di procurare aborti, gli omosessuali avevano la colpa di disperdere il loro seme, tant’è che il grande predicatore, frate Bernardino da Siena, sentiva addirittura i lamenti dei “figli non nati” di streghe e sodomiti.
Per le streghe e i sodomiti, a Parigi e a Siena, esisteva una variante al rogo: si faceva una capanna con le scope (emblema della strega e, secondo gli inquisitori, gradita all’omosessuale, probabilmente per via del manico in legno), vi si rinchiudeva il condannato e si dava fuoco. Eppure qualcuno si salvava se, nel 1547, il calvinista Lambert Daneau rimproverava il parlamento di Parigi e lo stesso re di Francia di essere troppo indulgenti: “Che le streghe e gli stregoni vanno condannate immediatamente alla pena capitale perché sono la più pericolosa peste del genere umano”. Chi sfuggiva alla morte ed era, per miracolo, ancora in grado di articolare braccia e gambe, poteva essere condannato a remare sulle galere, era questa la sorte riservata a calvinisti e ugonotti, i quali risparmiavano così allo Stato il salario da corrispondere ai rematori.
Una volta pronunciata la sentenza a morte, per il condannato il calvario non era ancora finito. Infatti, se la tortura si era svolta nel segreto della prigione, l’esecuzione doveva avvenire all’aperto, così da essere spettacolo e occasione di riflessione per tutti. Il condannato, in un camiciotto di sacco da penitenza, che portava il nome di sanbenido (sacco benedetto), con un cero in mano, se era in grado di reggerlo, doveva assistere alla messa della sua morte, messa celebrata con una cerimonia solenne e nel corso della quale veniva letta la sentenza. Alla fine doveva pronunciare l’autodafè, l’atto di fede, poiché si bruciava sì il sul corpo peccaminoso, ma la sua anima doveva essere salvata. Poi, se poteva, doveva camminare o trascinarsi dal sagrato della chiesa fino al luogo dell’esecuzione; se questo non gli era possibile vi veniva condotto a bordo di una carretta e qui, finalmente, si poneva fine ai suoi tormenti.
Morirono in tanti, e certo innocenti, se anche von Spee sosteneva:” in ogni gruppo di cinquanta condannate al rogo, ce ne sono di colpevoli al massimo da due a cinque”, e lui era un prete cattolico che riteneva che la stregoneria doveva essere combattuta e repressa!
Quanti roghi accese l’Inquisizione? Nessuno è in grado di stabilirlo con certezza, perché gli atti dei processi spesso erano arsi insieme al condannato. Luciano Parinetto scrivendo Solilunio ne trova traccia di 1119 a Parigi in 85 anni e 1000 a Trento in 96 anni, e si tratta solo di due città in un’Europa che accese roghi dalla Norvegia alla Sicilia e dalla Russia alla Spagna per un periodo di almeno trecento anni. il già citato Carlo Borromeo, poi santo, in qualità di arcivescovo di Milano, in un solo anno, il 1583, ne abbrustolisce dieci in Val Mesolcina, largamente superato dal vescovo Binsfeld che a Treviri, sulla base di denuncie anonime e processi solo indiziari fa bruciare sul rogo più di trecento persone. La palma di primo in classifica spetta però al feroce Nicolas Remy che, tra il 500 e il 600, in 15 anni ne condanna 900 e poi se ne vanta sul frontespizio del suo libro Daemonolatreia. E, tanto per chiudere in bellezza, nel 1609, sotto il regno di Enrico IV, che quanto a fede e religione non scherzava (fu dapprima protestante, poi cattolico, poi di nuovo protestante e da ultimo ancora cattolico, pur di diventare re di Francia. È famoso per il suo: “Parigi val bene una messa”) si arriverà a sottoporre a processo un intero paese di 30 mila persone nella regione di Labourd: 600 verranno arse. Considerando anche le condanne delle quali non vi è più traccia, si può giungere a una stima molto approssimativa che oscilla tra non meno di 500 mila fino a forse un milione di persone messe a morte. Se si pensa a quanto poco fosse popolata l’Europa negli anni tra il XII e il XVII secolo la caccia alle streghe colpì almeno una persona su 15 ogni generazione per la durata di 12 generazioni, come dire che ogni famiglia numerosa ha avuto la sua strega o il suo stregone bruciati.
Non parliamo poi delle famiglie degli eretici, che venivano sterminate completamente appena l’Inquisizione poteva metterci sopra le mani. Nel 1200, nel corso della crociata contro gli Albigesi, nel sud della Francia, si pose l’assedio a quelle città nelle quali si sapevano che esistevano numerose comunità di eretici e, una volta espugnati, i crociati provvedevano ad un’attenta epurazione. A Beziers, quando le truppe entrarono nella città, la popolazione, cattolica e catara insieme, si rifugiò nella cattedrale. I crociati, allora, incapaci di distinquere gli uni dagli altri, si rivolsero al legato pontificio per sapere come riconoscere gli eretici da mettere a morte e la salomonica risposta fu: “Uccideteli tutti! Dio saprà riconoscere i suoi”.
La morte che veniva preferibilmente riservata agli eretici era il toro di Falaride o il calderone di bollitura: un largo recipiente pieno di acqua bollente, sotto il quale rimaneva acceso il fuoco. Le due morti hanno una certa comunanza nel fatto che la vittima veniva cotta: nel primo caso arrostita, nel secondo bollita.
Un discorso a parte meritano gli apostati: coloro che avevano rinnegato la fede cristiana venivano messi a morte mediante scorticamento che, come si capisce, consisteva nello strappare la pelle, mentre il condannato era vivo, da tutto il suo corpo, cominciando di preferenza dalla schiena.
Morirono in molti: alcuni divennero illustri, come Giordano Bruno; su altri la Chiesa ebbe alcuni ripensamenti e, dopo averli arsi, li santificò, come toccò a Giovanna D’Arco, ma i più rimasero sconosciuti, poveri infelici il cui il solo torto fu quello di essere nati in un’epoca di feroce repressione. 

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