Come la santa inquisizione catturava eretici e peccatori

di Ilaria Tremolada
L’INQUISIZIONE…
… era la procedura seguita da un tribunale ecclesiastico per reprimere ed estirpare l’eresia; il tribunale stesso. Fu creata nel XII secolo, quando la Chiesa dovette lottare contro i Catari ed i Valdesi. Più tardi il Concilio Lateranense (1215) e il Concilio di Tolosa (1229) dichiararono essere doveri dei vescovi ricercare e giudicare gli eretici e consegnarli per il castigo al braccio secolare. Nel 1231-35 Gregorio IX sottraeva l’Inquisiazione alla giurisdizione dei vescovi e l’affidava a inquisitori permanenti dell’ordine domenicano, di nomina pontificia. Lo Stato (Re, Principi, Nobiltà) si schierò con la Chiesa contro gli eretici, poichè l’eresia religiosa costituiva una concreta minaccia contro l’ordine costituito, contro la sicurezza dello Stato. L’eretico, una volta accertata la sua colpevolezza, veniva invitato a ritrattare. In caso di rifiuto, era condannato a pene corporali o alla morte per rogo.

 

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L’Inquisizione possedeva un vero e proprio apparato di informazione con un grande umero di agenti. Che godevano di previlegi fiscali e dell’eccezionale permesso di girare armati
L’8 marzo 2000, papa Wojtila pronunciava la “richiesta di perdono” per i mali inferti dalla chiesa nei secoli a tutta l’umanità. In particolare, Giovanni Paolo II recitava il “mea culpa” pensando alle vittime della Santa Inquisizione. Il processo che metteva sotto esame il tribunale medievale accanitosi nei secoli contro coloro che venivano definiti eretici, si concludeva con le pubbliche scuse del papa, dopo essersi aperto 6 anni prima. Nel 1994, con la lettera apostolica Tertio Millennio Adveniente datata 10 novembre, Giovanni Paolo II avviava la preparazione del Giubileo chiedendo ai cristiani di “pentirsi” soprattutto per Giovanna d’Arco alla testa del suo esercito “l’acquiescenza manifestata, specie in alcuni secoli, a metodi di intolleranza e perfino di violenza nel servizio della verità.”
La lettera papale aprì la strada a due incontri che si tennero, il primo nel ’98 dedicato alla “Shoah”, sulla quale si invitava a riflettere, mentre il secondo, che più ci interessa, aveva come tema centrale l'”Inquisizione” e si svolse tra il 29 e il 31 ottobre 1999 in Vaticano. Il Simposio internazionale fu presieduto dal Cardinale Roger Etchegaray e dalla Commissione teologico-storica del Comitato centrale del Grande Giubileo, sovrintendente del quale era il domenicano padre Georges Cottier. Dando inizio ai lavori, quest’ultimo ha specificato che “la considerazione delle circostanze attenuanti [quelle storiche riguardanti la società dei tempi e la sua grettezza] non esonera la Chiesa dal dovere di rammaricarsi profondamente per le debolezze di tanti suoi figli, che ne hanno deturpato il volto”.
Queste “debolezze”, per usare il termine di Cottier, provocarono decine di migliaia di morti che formano un filo nero ininterrotto capace di dare alla storia della Chiesa di quei secoli che fanno l’età medievale e moderna, un unico e macabro denominatore.
Il grande pubblico identifica la storia delle persecuzioni religiose con uomini importanti come Galileo Galilei e Giordano Bruno o più in generale con i roghi delle streghe. Ciò che si scopre studiando la storia della Santa Inquisizione è qualcosa che, per noi figli del XX secolo ha dell’incredibile. I Pensieri e i fatti che hanno generato tale meccanismo di morte ci appaiono così distanti, eppure anche gli ultimi decenni non sono stati privi di quelle distorsioni ideologiche che più appaiono come il sostrato di scempiaggini catastrofiche come quella esemplare generata dalla mente malata di Adolf Hitler. L’accostamento può sembrare azzardato soprattutto perché poche sono le coincidenze, nei tempi e nei fatti, tra l’odio nazista per gli ebrei e lo stesso sentimento mostrato dalla Chiesa cattolica nei confronti degli eretici.
Ciò che comunque appare confrontabile è la perdita di ogni senso della realtà in nome di un’idea delirante che genera morte.
Oltremodo, la lotta della Chiesa contro i suoi nemici solletica un vasto interesse nel pubblico, dovuto in parte al fascino morboso che aleggia intorno ai metodi inquisitori. L’Inquisizione, che si affermò alla fine del XII secolo, quando in Occidente si diffondevano movimenti eretici come il manicheismo, il valdismo e poi il catarismo, trae il suo nome dalla inquisitio, una procedura del diritto romano sconosciuta e basata sulla formulazione di un’accusa da parte dell’autorità giudiziaria pur in assenza di denunce sostenute da testimoni attendibili. Tale procedura trova con il decreto Ad abolendam, emanato da papa Lucio III nel 1184, quando cioè si cominciò a infliggere ai peccatori la pena del rogo, la sua codificazione.
Alcuni anni dopo venne autorizzata la confisca dei beni degli eretici e l’impiego della tortura in questioni di fede, mentre si stabilivano particolari disposizioni che garantissero la segretezza delle procedure, l’anonimato dei testimoni e l’applicazione delle sentenze. Con il papato di Gregorio IX (1227-1241) la procedura inquisitoria si trasforma in una nuova istituzione che avrà in principio larga diffusione nella Francia meridionale e che verrà ufficializzata nei suoi compiti con il nome di Sacra Inquisizione. Tra i tanti manuali scritti all’epoca per riassumere la procedura sulla base della quale lavorava il tribunale è rimasta celebre la Practica Inquisitionis hereticae pravitatis (ca.1320).
Il successore di Gregorio IX, Innocenzo IV, non trascurò di proseguire nell’opera iniziata dal suo predecessore. Nel 1252, infatti, con la bolla Ad extirpanda ribadiva l’importanza della ricerca dei peccatori che si nascondevano nella società minandone non solo le basi religiose ma anche quelle politiche, e rafforzava il significato della punizione corporale indicando la tortura come mezzo per “portare alla luce la verità”.
Durante il XIII e il XIV secolo, l’Inquisizione, parallelamente alla crescita di alcuni dei più importanti movimenti considerati eretici, accrebbe le proprie zone d’influenza e le proprie competenze. All’inizio del ‘300, in buona parte dell’Europa erano attivi dei tribunali inquisitori competenti a livello territoriale che avevano l’ordine di indagare anche su reati quali la blasfemia, la bigamia e la stregoneria, e gli utopisti della politica e della religione.
La stregoneria, della quale parleremo diffusamente più avanti, nasce dalla trasformazione in reato di tutti quei riti pagani, bagaglio di una forte tradizione popolare ancora parte irrinunciabile della vita di molte zone dell’Europa. Attraverso i secoli bui, la Santa Inquisizione, come abbiamo visto, seppur brevemente, accresce la sua importanza, ma soprattutto la sua ingerenza nella vita sociale. Di fondamentale importanza in questo processo di penetrazione sarà il ruolo svolto dai re cattolici Isabella di Castiglia e Ferdinando d’Aragona. Unendo le loro corone in un grande e potente regno i due monarchi trasformarono il tribunale dell’Inquisizione in uno strumento di controllo del loro potere. Esercitarono pressioni sul pontefice affinché istituisse una nuova Inquisizione nel regno di Castiglia che ancora non ne aveva conosciuto le opere.
Fu così che con la bolla papale, Exigit sinceras devotionis affectus, del 1° novembre 1478 Sisto IV concesse ai sovrani spagnoli la potestà di nominare due o tre inquisitori nelle città e nelle diocesi dei loro regni. Da quel momento si aprì una contesa tra la concezione ecclesiastica della Santa Inquisizione e quella temporale dei due re Cattolici, che vedevano nel tribunale antiereticale un valido collaboratore attraverso il quale mantenere e rafforzare il proprio potere. Il braccio di ferro si protrasse fino all’ottobre 1483 quando con la nomina del frate Tomás de Torquemada…
… a inquisitore generale dei regni di Castiglia e di Aragona, nasceva l’Inquisizione moderna. Il papa Sisto IV, al quale ormai la situazione era sfuggita di mano non aveva potuto far altro che riconoscere l’estensione delle competenze giuridiche anche al regno di Aragona, per il quale inizialmente il pontefice aveva negato la concessione.
A questo punto la chiesa di Roma si trovava ad aver ceduto, passo dopo passo, al regno governato da Isabella e Ferdinando, il controllo sui tribunali della Santa Inquisizione in Spagna.
Sostanzialmente, il potere di nominare il Grande Inquisitore demandava nei fatti alla Corona la gestione di tutta la macchina costruita in difesa della verità dei dogmi, pur rimanendo il papa il depositario dell’autentica legittimità dell’istituzione.
Tra le figure più importanti dell’Inquisizione spagnola, spicca per la sua spietatezza verso gli ebrei il già ricordato Tomás de Torquemada. Al momento dell’investitura, gli inquisitori spagnoli recitavano davanti al Grande Inquisitore, una formula che rimase invariata fino al 1820:
“Noi, per misericordia divina inquisitore generale, fidando nelle vostre cognizioni e nella vostra retta coscienza, vi nominiamo, costituiamo, creiamo e deputiamo inquisitori apostolici contro la depravazione eretica e l’apostasia nell’inquisizione di [qui veniva inserito di volta in volta il nome del luogo dove l’inquisitore veniva mandato] e vi diamo potere e facoltà di indagare su ogni persona, uomo o donna, viva o morta, assente o presente, di qualsiasi stato e condizione che risultasse colpevole, sospetta o accusata del crimine di apostasia e di eresia, e su tutti i fautori, difensori e favoreggiatori delle medesime”.
Negli altri paesi europei si ebbero situazioni anche molto diverse tra loro. La Francia non conobbe l’Inquisizione nella sua forma moderna. I Parlamenti continuarono ad occuparsi dei processi agli eretici senza che per questi reati venisse aggiornata la versione medievale dell’istituto.
Il Portogallo vide nascere il tribunale dell’Inquisizione solo nel 1547, mentre in Italia apparvero solo verso la fine del XVI secolo, qualche decennio più tardi della nascita di un’Inquisizione tutta speciale che il papa aveva creato appositamente per “se” nel 1542. Ad oggi, quella papale è l’unica Inquisizione sopravvissuta con il nome di Congregazione per la Dottrina della Fede.
Il funzionamento del Santo Uffizio era garantito in primo luogo dal lavoro dell’inquisitore generale che si appoggiava al Consiglio della Suprema, e in secondo luogo dalla presenza capillare sul territorio dei tribunali di distretto. Nella carica di inquisitore generale si è già visto che il più tragicamente illustre fu il frate Tomás de Torquemada. Sulla sua figura sono stati dati pareri contrastanti: lo storico Juan Antonio Llorente ne parla come di “…una persona dai tratti raccapriccianti responsabile della morte sul rogo di 10.280 persone, e della punizione con infamia e confisca dei beni di altre 27.321”. Al contrario lo storico inglese Walsh dice che Torquemada “era un pacifico dotto che abbandonò il chiostro per espletare un incarico sgradevole ma necessario, cosa che fece con spirito di giustizia temperato da pietà e sempre con grande abilità e prudenza.[…] Fu l’uomo che più efficacemente contribuì alla grandezza della Spagna dell’epoca del siglo de oro.”
È abbastanza evidente che il giudizio dello storico ha in entrambi i casi influenzato il racconto della vita di un uomo che comunque al di là di queste critiche senza appello fu un grigio ed efficiente funzionario che servì i re cattolici con esemplare lealtà, pur tributata a idee sbagliate, fornendo il modello essenzialmente politico a cui si sarebbero ispirati gli inquisitori generali per un lunghissimo arco di tempo.
A partire da questa che era la carica più importante, l’inquisizione era organizzata in base ad una struttura fortemente gerarchizzata che prevedeva il Consiglio della Suprema e Generale Inquisizione che si riuniva tutte le mattine dei giorni non festivi per discutere le questioni di fede, mentre nelle sedute pomeridiane del martedì, giovedì e sabato si tenevano i processi pubblici e si parlava dei casi si sodomia, bigamia, stregoneria e superstizione.
Da questo organo dipendevano i tribunali distrettuali in ognuno dei quali operavano due inquisitori. Quasi sempre erano un teologo e un giurista così da poter avere una competenza che coprisse tutti gli aspetti della problematica inquisitoria. Nel XVI secolo si accentuò, fra gli inquisitori, il predominio del clero secolare nei confronti di quello regolare (i membri degli ordini religiosi). La maggior parte degli inquisitori, comunque, proveniva dalla piccola nobiltà e aveva frequentato l’Università.
Tra le altre cariche previste dal Santo Uffizio per il suo funzionamento va sicuramente ricordata quella importantissima dei famigli (familiares), ovvero di quei servitori laici che collaboravano con i funzionari dell’Inquisizione, partecipavano alle ricerche e agli arresti e costituivano un vero e proprio apparato di informazione e spionaggio. Il loro numero crebbe smisuratamente nei tempi. Fare parte di quella che con termini attuali potremmo chiamare la “polizia segreta” della Santa Inquisizione comportava numerosi vantaggi: i famigli godevano di un privilegio giurisdizionale secondo il quale potevano essere giudicati solo dalla stessa Inquisizione, inoltre avevano privilegi fiscali e il permesso di girare armati. Poiché si poté presto intuire il rischio che questa casta privilegiata diventasse molto potente, ogni distretto adottò un regolamento che innanzitutto fissava il numero massimo dei famigli. L’estrazione sociale di questi ultimi era assai eterogenea.
A Valencia nel XVI secolo oltre i tre quarti erano di origine popolare, ma il rapporto si sarebbe presto ribaltato a favore delle classi medie. In Andalusia i famigli vennero invece reclutati tra la piccola nobiltà all’interno della quale alcune dinastie finirono per imporre un vero e proprio monopolio servendosi della mansione per esercitare un’assoluta autorità locale sintomo di corruzione e di nepotismo. Gli apparati inquisitori vennero messi sotto inchiesta raramente, nonostante la loro condotta riprovevole e spesso macchiata dalla scorrettezza fosse sotto gli occhi di tutti. Il lavoro svolto dai famigli era il punto di partenza della fase istruttoria dei processi che proseguiva con la denuncia e l’immediato arresto della persona oggetto della denuncia stessa. Seguivano poi tre udienze durante le quali veniva presentata l’accusa ed era prevista una discolpa dell’imputato.
Il verdetto era pronunciato collegialmente dagli inquisitori e dal vescovo. Al termine del processo, ogni sentenza prevedeva tre categorie di pene: spirituali, corporali e finanziarie. Momento culminante di ogni processo era l’autodafé, “atto di fede”, cerimonia solenne con messa, sermone e lettura delle sentenze che nel tempo si trasformò in una specie di evento teatrale che nella sostanza doveva attirare quanta più gente possibile per mostrare il potere della Santa Inquisizione nel riportare le anime smarrite sulla strada della verità.
Di solito l’autodafé si celebrava una volta l’anno. La condanna a morte era comminata ai recidivi o rei convinti che rifiutavano di ammettere la falsità delle loro credenze. La sanzione più comune per chi decideva di collaborare era l’abiura alla quale erano connesse diversi tipi di penitenza: obbligo di indossare il sambenito (termine derivante da saco bendito “sacco benedetto”), ovvero una mantellina gialla, con una o due croci disegnate diagonalmente, che i penitenti erano obbligati a portare in segno di indegnità per un periodo che poteva essere lungo pochi mesi ma anche tutta la vita; c’erano poi le pene corporali come le frustate, con un numero che poteva variare da 100 a 200; lavoro forzato sulle galere e confisca dei beni.
Una delle abiure più importanti che la storia ricorda è senza dubbio quella di Galileo.
Davanti al tribunale che lo inquisiva di eresia, l’autore del Dialogo dei massimi sistemi pronunciò il 22 giugno 1633 queste parole: “…avendo davanti gl’occhi miei li sacrosanti Vangeli, quali tocco con le proprie mani, giuro che sempre ho creduto, credo adesso, e con l’aiuto di Dio crederò per l’avvenire, tutto quello che tiene, predica e insegna la Santa Cattolica e Apostolica Chiesa. Ma perché da questo S. Offizio, per aver io, dopo essermi stato con precetto dall’istesso giuridicamente intimato che omninamente dovessi lasciar la falsa opinione che il sole sia centro del mondo e che non si muova e che la terra non sia centro del mondo e che si muova, e che non potessi tenere, difendere né insegnare in qualsivoglia modo, né in voce né in scritto, la detta falsa dottrina, e dopo d’essermi notificato che detta dottrina è contraria alla Sacra Scrittura, scritto e dato alle stampe un libro nel quale tratto l’istessa dottrina già dannata e apporto ragioni con molta efficacia a favor di essa, senza apportar alcuna soluzione, sono stato giudicato veementemente sospetto d’eresia, cioè d’aver tenuto e creduto che il sole sia centro del mondo e imobile e che la terra non sia centro e che si muova. Pertanto volendo io levar dalla mente delle Eminenze Vostre e d’ogni fedel Cristiano queste veemente sospizione, giustamente di me conceputa, con cuor sincero e fede non finta abiuro, maledico e detesto li suddetti errori e eresie, e generalmente ogni e qualunque altro errore, eresia e setta contraria alla Santa Chiesa; e giuro che per l’avvenire non dirò mai più ne asserirò, in voce o in scritto, cose tali per le quali si possa aver di me simil sospizione; ma se conoscerò alcun eretico o che sia sospetto d’eresia lo denonziarò a questo S. Offizio, o vero all’Inquisitore o ordinario del luogo, dove mi trovarò. Giuro anco e prometto d’adempiere e osservare intieramente tutte le penitenze che mi sono state o mi saranno da questo S. Offizio imposte […] Io Galileo soddetto ho abiurato, giurato, promesso e mi sono obbligato come sopra […] In Roma nel convento della Minerva, questo dì 22 giugno 1633.”
Spesso durante i processi lo strumento più utilizzato per portare il peccatore alla confessione dell’errore era la tortura. Rigorose norme ne fissavano durata, modalità e frequenza. Le dichiarazioni rese sotto tortura erano considerate nulle se non venivano confermate 24 ore dopo. I metodi più usati erano la garrocha, la toca e il potro . Nel primo caso la vittima veniva appesa per i polsi a una corda pendente dal soffitto che serviva per issare il corpo poi fatto ricadere di colpo. La Toca era invece più complicata: la vittima veniva immobilizzata su un telaio inclinato, costretta a spalancare la bocca nella quale veniva introdotto un panno che costringeva il torturato a inghiottire tutta l’acqua che veniva versata lentamente. Infine c’era il potro, il sistema più utilizzato a partire dal XVI secolo che consisteva nel legare il peccatore a un cavalletto con canapi che si avvolgevano intorno al corpo e alle estremità. Accorciando la lunghezza delle corde il carnefice le faceva penetrare nel corpo del torturato.
Le migliaia di persone, si parla di 150.000, che furono chiamate a rendere conto in molti casi di una vita “normale” inquisita a volte perché i funzionari potessero dimostrare zelo e attaccamento al lavoro senza però che ce ne fosse neanche il pretesto, appartenevano al movimento dei catari, a quello valdese, oppure erano ebrei, musulmani, marranos, cioè ebrei e mussulmani convertiti, o ancora protestanti e templari. Se non rientravano in nessuno di questi gruppi potevano essere streghe o semplicemente individui dalle “strane” convinzioni non coincidenti con quelle ecclesiastiche, come Giordano Bruno, filosofo arso sul rogo a Roma nell’anno 1600, Gioachino da Fiore teologo e filosofo le cui idee vennero condannate dal Concilio lateranense nel 1215, Arnaldo da Brescia canonico e riformatore religioso impiccato e arso come eretico a Roma nel 1155, Copernico che sostenendo che la terra gira intorno al sole vide la sua opera messa all’indice nel 1616, il già ricordato Galileo Galilei accusato di avere sostenuto le tesi copernicane e costretto ad abiurare, e poi ancora Giavanna D’Arco messa al rogo nel 1431 con l’accusa di essere eretica recidiva, apostata e idolatra.
In modo del tutto indicativo e assolutamente casuale nella scelta degli esempi, questa breve lista dà però un’idea di quanto profondamente l’Inquisizione seppe condizionare la crescita del pensiero impedendo quella libertà d’espressione fonte del progresso della società civile.
Le vicende di questi uomini e donne vittime della Santa Inquisizione non sembra poter acquisire un senso preciso. Pur invocando un vago rispetto del dogma cristiano si rimane senza risposte di fronte ad un così diffuso uso della violenza, ad una così spietata quanto gratuita umiliazione del pensiero umano.
Dopo la decadenza della Santa Inquisizione iniziata nel XVIII secolo ed in conseguenza all’apertura degli archivi del tribunale avvenuta negli anni ’20 dell’800 sono comparsi una messe di studi che hanno fatto chiarezza sulle vicende oscure legate all’organismo nato nel medioevo e sono riuscite a spiegare motivandole, alcune delle condanne e delle azioni più eclatanti.
La parte che sembra ancora avvolta dal mistero, ma che forse non potrà mai trovare un suo perché, data la stessa assurdità che la caratterizza è l’inquisizione delle streghe. Tra i tanti episodi che fanno parte di questa storia si è scelto di raccontarne uno in particolare che per la quantità di documenti ritrovati si presta ad una ricostruzione precisa. Ha poi particolare senso, quando si parla di persecuzione delle streghe, fare riferimento a casi particolari evitando di abbandonarsi così ad una caratterizzazione generica che toglierebbe all’argomento il sapore intenso dei suoi particolari.
La caccia alle streghe attuata, con spietata intensità, soprattutto tra i secoli XVI e XVII è stata letta dalla storiografia come uno scontro culturale tra il mondo colto rappresentato dalla chiesa e il mondo popolare identificato nelle pratiche magico-tradizionali. Spinta da un rinnovato spirito di evangelizzazione, la chiesa mosse sistematicamente guerra, dal ‘500 in avanti, a superstizioni, vecchie credenze, riti post-pagani facenti parte della cultura folklorica e pratiche magiche.
Gli storici che hanno tentato di fare una stima numerica delle vittime delle accuse di stregoneria si sono sempre fermati di fronte alla mancanza delle fonti cioè alla mancanza dei verbali dei processi. Nei rari casi in cui si può disporre di queste carte si rimane sconvolti dalla loro durezza e drammaticità e dalla capacità in essi insita di trasmettere un vivido spaccato del mondo delle streghe e della sua persecuzione.
È quanto accade con il Corpus di carte riguardanti i processi eseguiti nella valle di Poschiavo, una valle della Svizzera italiana. L’insieme di questi documenti unici per quantità e coerenza interna permette di studiare, attraverso l’analisi dei rescritti di 65 processi, le caratteristiche di una caccia alle streghe che in questo luogo assume caratteristiche diverse da tutti gli altri episodi che fanno parte della stessa vicenda.
Non emerge infatti, in questo caso particolare, quella cesura tra mondo colto degli inquisitori e mondo popolare degli inquisiti che invece sotto forma di scontro aperto è la base di ogni processo di stregoneria. In questa valle delle Alpi Retiche non si riscontra un nucleo di credenze pagane o precristiane conviventi con quelle della religione ufficiale. Solo alcune imputate ammettevano di usare scongiuri o antiche parole magiche che pareva potessero aiutarle a fronteggiare una vita sempre al limite della sussistenza.
Nella maggioranza dei casi però le imputate erano povere donne, come povera era la buona parte della popolazione, accusate più che per pratiche o comportamenti sospetti, per futili motivi che possono essere ricondotti alla difficoltà di un vivere sociale nel quale rancori, battibecchi, invidie e liti, che spesso animavano i rapporti di vicinato, diventavano le reali cause che portavano all’accusa. Oltretutto, in quegli stessi anni la Valtellina era stata pesantemente colpita dalla peste che aveva reso, se possibile, ancora più fragile l’economia della zona. Considerando tutte le varianti endogene, nell’accusa di stregoneria si possono vedere riflesse tutte quelle paure e quelle angosce da sempre caratteri del mondo contadino, “che da se rivelavano i punti deboli di quella economia, creando un rapporto di causa-effetto tra le presunte streghe con le loro pratiche che “agivano” e le disgrazie della vita che diventavano il risultato del loro agire; dall’altra, l’accusa sconvolgeva i rapporti sociali e familiari di chi era accusato […] incrinando equilibri e generando reazioni a catena”.
Motivo cardine della persecuzione delle streghe erano i loro ritrovi notturni: i sabba, come venivano chiamati. Secondo i persecutori, durante queste adunanze presiedute dal diavolo, si svolgevano riti che parodiavano in modo blasfemo la liturgia cristiana, cui si aggiungevano unioni bestiali, orge collettive, balli, banchetti e sacrifici umani. Anche le presunte streghe di Poschiavo avevano le loro riunioni sataniche. A questi incontri, che si svolgevano quasi sempre di giovedì, mancava però, quella ritualità blasfema tipica di queste riunioni. Le donne della valle si incontravano per ballare e divertirsi non compivano riti di nessun genere, anche se dalle testimonianze rese durante i processi sembra che il diavolo fosse presente, pur con sembianze del tutto normali e non mostruose.
Le donne interrogate dicevano che satana aveva le sembianze di un uomo di mezza età o di un giovane ragazzo. Più raramente veniva descritto come un animale, anche se non è da escludere che le sue repellenti malformazioni fossero più il frutto delle fantasie morbose degli inquisitori che non delle imputate, come si rileva dal processo a Orsola Lardo, durante il quale la descrizione si delinea, a poco a poco, sotto l’insinuante interrogatorio dei giudici che le chiedono (le parole dell’imputata vengono lasciate nel dialetto del luogo): “Era come un homo?”
e l’imputata risponde:
“Al pareva alli vestimenti, ma l’era il demonio” e ancora:
“Come era in faccia?”
“Al’era un brut lavor [= cosa], era negro in facia”.
“haveva barba, et capelli in testa?”.
“L’aveva una brutta barbascia, et in testa l’era come motto [= calvo]”.
“Haveva corni in testa?”.
“Signor no ma l’haveva come dei cap [= corna]”.
“Haveva mani come homo?”.
“Signor no che l’haveva come due griffe [= artigli]”.
“E li piedi come li haveva?”.
“Li haveva come quelli di un bosc [= caprone]”.
“Et nella vitta come era, et come lo cognoscevate?”.
“Mi nol sei l’era un soz lavor”.
Altre donne raccontano anche di avere avuto con il diavolo rapporti sessuali…
… ma il tutto si limita a qualche descrizione che comunque sia non muta il carattere modesto di questi incontri che di satanico non avevano granché. Durante il loro svolgimento non vi erano riti parodistici del culto cristiano, né un uso blasfemo degli oggetti sacri, né riti sacrificali di nessun genere. In conclusione i ritrovi di Poschiavo sembrano essere state semplici e allegre feste che dato il clima di censura morale venivano volutamente visti come la realizzazione di riti satanici.
Tutt’al più, gli incontri di queste donne, peraltro quasi tutte provenienti dalle stesse famiglie e dalle stesse contrade, il che indica una limitata pubblicizzazione dei ritrovi stessi, potevano essere visti come una compensazione delle privazioni materiali a cui erano sottoposte ogni giorno. La conoscenza delle erbe, che in alcuni casi potevano provocare lievi allucinazioni, le aiutava così a straniarsi da una realtà spesso troppo dura.
Questi innocui tentativi di evasione venivano invece scambiati per pratiche di magia nera che facevano paura soprattutto per il loro impatto sulla società e non per la sfida religiosa che essi ponevano. Ciò di cui ci si preoccupava maggiormente era la loro capacità di recare danno a tutta la società attraverso la distruzione dei raccolti che poteva essere ottenuta facendo grandinare, piovere, tempestare, facendo franare il terreno. Era così che queste donne venivano ritenute capaci di sovvertire e distruggere un’esistenza quotidiana difficile, dalla quale esse cercavano di sottrarsi con metodi del tutto innocui, ma capaci di rendere insicuri e sospettosi uomini e donne attaccati alla consuetudine, prime che alla religione, e spaventati dalla loro stessa ignoranza. 

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