L'ombra di Eliphas Levi

Un patrimonio culturale destinato a vivere a lungo
di Dino Orlandi
E’ notte. Nel laboratorio magico approntato nella torre di un palazzo, ai margini del centro della Londra del XIX secolo, ci si appresta ad evocare lo spirito di una delle colonne del pitagorismo, il mitico Apollonio di Tiana, di cui solo scarse e imprecise notizie sono giunte sino a noi. Chi deve compiere la cerimonia è Alphonse-Louis Constant, più noto sotto lo pseudonimo di Eliphas Levi Zamed. E’ un prete mancato, espulso dal seminario, dove i superiori si sono allarmati per le sue idee insolite e le tendenze rivoluzionarie. Ora, nella sala in penombra, si accosta all’ara, eretta al centro del locale, dove, sul piano di marmo bianco, campeggia la stella a cinque punte del Pentagramma; l’altare è cinto da una grossa catena di ferro magnetizzato; ai suoi piedi è una pelle d’agnello bianco, dove sono disegnati pentagrammi di vario colore; specchi concavi sono posti sulle pareti. Sul piano dell’ara è un braciere di rame, con legno di olmo e di alloro infuocato; un altro braciere è collocato lì vicino, su un tripode di ferro.
Eliphas Levi è vestito di bianco; ha in testa una corona di verbene, intrecciate da una catena d’oro; in mano una spada nuda e il libro del Rituale; pronuncia con una voce sempre più alta le formule di invocazione, mentre sparge essenze odorose dai fuochi, dai quali si alza una vivida fiamma, tra spire di fumo bianco. A questa luce vacillante si vede una figura nebulosa di uomo, più grande del vero, delinearsi tra l’officiante e l’altare, poi il fuoco si abbassa e la figura scompare. Eliphas aggiunge legna e profumi, poi si pone all’interno di un cerchio, precedentemente tracciato sul pavimento, rinnovando le formule di evocazione. “Vidi allora rischiararsi a poco a poco il fondo dello specchio di faccia a me, dietro l’altare, e una figura biancastra vi si disegnò, ingrandendo e avvicinandosi a poco, a poco”. Per tre volte il nome dell’invocato viene gridato, ad occhi chiusi: “quando li riaprii, un uomo era dinnanzi a me, avviluppato in una specie di lenzuolo, che mi parve piuttosto grigio, che bianco”.
Con la mano appoggiata sul Pentagramma, Eliphas punta la spada verso il fantasma e gli ordina di non spaventarlo e di obbedirgli. Un senso di gelo penetra nella sala e si impadronisce di Eliphas Levi, che non riesce a pronunciar parola. Ma il fantasma scompare di colpo, mentre qualcosa di gelido sfiora la mano armata di spada e ne intorpidisce il braccio, fino alla spalla. “Credetti di capire che la spada offendesse lo spirito e la piantai per la punta nel cerchio più vicino a me. La figura umana tosto ricomparve, ma sentii un indebolimento forte delle membra e tale mi accasciò un’improvvisa mancanza, che fui costretto a sedermi… caddì in un profondo tepore pieno di sogni dei quali, quando rinvenni, non rimase che un ricordo vago e confuso… La figura non mi aveva parlato”. Così si concluse l’unico esperimento pratico di negromanzia, tale come lo racconta il Levi nel tredicesimo capitolo del suo “Dogma dell’alta magia”.
In realtà, l’avventura londinese del 24 luglio 1854 sembra sia stata un’esperienza unica nella lunga carriera di teorico della magia del Levi e questi ne riportò una tale impressione da sconsigliarli ogni successivo tentativo.
Comunque sia, tutti gli ingredienti necessari all’atto cerimoniale di evocazione sono al loro posto, ma il fantasma evocato dal mondo delle tenebre non trovò ad attenderlo uno spirito altrettanto forte che esperto, col quale comunicare e ritornò nell’infinito. Solo sei anni prima si erano registrati i fenomeni parapsichici della Famiglia Fox, dai quali presero avvio tutti i movimenti spiritici del XIX e del XX secolo e la descrizione della materializzazione ottenuta da Levi sembra percorrere la fantasmomania che si impadronì dell’Europa e dell’America giusto in questo in quegli stessi anni. A provare la reale coerenza del fenomeno, basterebbe notare il ricorso ad una sostanza di appoggio – il fumo biancastro dei bracieri – a fornire materiale di visibilità evocata, per ritrovarsi in pieno clima parapsicologico e fuori della stessa istituzione magica impegnata. Ma l’occasionalità di questa manifestazione non inquadra esattamente la figura del Levi.

 
Sapere, osare, volere, tacere Alphonse-Louis Constant, nato da un’umile famiglia parigina nel 1810, entra in seminario dove è ordinato diacono nel dicembre del 1835, ma viene espulso ben presto per una condotta tutt’altro che irreprensibile e per gli interessi eterogenei che manifesta. Da questo momento fino al 1844, quando la sua vita subisce un cambio decisivo d’indirizzo, Levi si dedica all’azione rivoluzionaria. Scrive un certo numero di Pamphlets che gli valgono, per l’intonazione umanistico-socialista e fondamentale anarchica, ripetute detenzioni. E’ probabile che i primi seri studi delle opere di Raimondo Lullo, Guillaume Postel, Cornelio Agrippa, alle quali si aggiungono ben presto Swedenborg, Boheme, Saint- Martin ed alcuni dei pitagorici, che riesce a reperire, inizino durante le sue ripetute prigionie. Lo attraggono particolarmente Christian Knorr de Rosenroth e Appollonio di Taina; dall’uno mutua il senso del misticismo dei numeri secondo la visione qabbalistica, dall’altro l’ampio respiro naturistico della scuola pitagorica.
E’ all’Apollonio, che Levi ricorre, nell’unica sua esperienza evocativa, di cui si abbia traccia. In qualche modo si sente discepolo e continuatore dell’antica conoscenza esoterica; una discendenza che gli verrà contestata, nel XX secolo, dalla rigida critica del Réné Guénon (cfr. R.G. “Considerazioni sulla via iniziatica” cit.), ma che in lui rappresenta la spina dorsale di tutto il suo lavoro Levi sta vivendo in una di quelle epoche particolari in cui i filosofi, fuori e dentro del millenario binario platonico-aristotelico, si muovono in tutte le direzioni, a cercare i limiti e le infinità dell’uomo in una cultura alternativa, che aveva ritrovato se stessa nella Rinascenza. Egli ha il merito e la grossa responsabilità di trovarsi al posto giusto nel giusto momento e se il suo tentativo di trasformare in teoria, generale tecnica o -ismo, che dirsi voglia, quell’occhio, che si era qualificato già nel 1545, nel “Oxford Dictionnary”, come “ciò che non è afferrato o afferrabile dalla nostra mente; ciò che è al di là della comprensione e della conoscenza ordinaria” risulterà poi un’insieme farraginoso di nozioni e formulazioni, di difficile accesso ed acquisizione, sarà dovuto evidentemente all’ansia, che sembra pervadere il Levi, di abbracciare in uno stesso tempo tutta l’immensa materia, che gli si offre. Le antiche discipline delle forme magiche, della negromanzia, dell’esercizio divinatorio, delle fraternità misteriosofiche, dell’alchima, della numerologia, della qabbala, del simbolismo e degli antichi riti propiziatori, si affollano nelle sue pagine, in forme e stile ossessivi e derprimenti, di difficile lettura, ma che esplorano ogni dettaglio del mondo dell’occulto. “Per raggiungere il ‘sanctum regnun’ ” – dirà ne “Il dogma e rituale dell’alta magia” – “vale a dire la sapienza e il potere dei maghi, vi sono quattro condizioni indispensabili: un’intelligenza illuminata dallo studio; un coraggio, che nulla può far vacillare; una volontà, che nulla può spezzare e una discrezione, che nulla può inquinare o corrompere. Sapere, osare, volere, tacere, queste sono le quattro parole del mago…”.
Riuscire a leggere e studiare l’intera opera di Eliphas Levi vale una prova iniziatica, tanto il lettore ne esce confuso e trasformato, ma in quelle pagine il mancato prete parigino riuscì a trasmettere l’intero alfabeto dell’ignoto. Quando la bella moglie, Noémi Cadiot, di lui più giovane di 18 anni lo abbandona, cambia il suo nome da Costant a Levi e, rifugiato dietro questo pseudonimo, si dedica interamente alle sue oscure esplorazioni. Alto, massiccio, di figura imponente, trascurato nella persona, era celebre per un’illimitata voracità. Forse fu questo appetito formidabile a fargli riavvicinare ironicamente la figura del Rabelais e a far dire che ne era la reincarnazione. Come si associno altrimenti le figure dei due personaggi, è difficile dire. Ambedue abbandonano la vita religiosa, il Levi definitivamente, il Rabelais tornandovi in più riprese ed esercitandone il magistero, alternato a periodi semi-coniugali, prima che l’irrequieto parroco di Meudon si dedicasse interamente ai suoi studi e al completamento dell’epopea di Gargantua e Pantagruel.
Ma le ribellioni rabelaisiante sono ben distanti dall’atteggiamento mentale del Levi. Permane in lui, pur nella costante ricerca delle alternative culturali dell’occulto, il ricorso ad una radice religiosa convenzionale, assorbita negli anni giovanili e sulla quale cerca di plasmare le linee di quel mondo del mistero che va esplorando.
E’ un processo di ibridazione, che già da tempo si è riscontrato negli operatori delle cosiddette Scienze Tradizionali, soprattutto verificabile nell’astrologia e nell’alchimia medioevali, ma che qui tocca il punto massimo della sua manifestazione. Se ne strutturano i fondamenti di una specie di contro-religione, che si riveleranno particolarmente determinanti nel settarismo occulto-esoterico dei tempi successivi. E’ fuori dubbio che quelli che si è abituati i “grandi del mistero” da Papus a De Guaita, trovarono in Eliphas Levi la radice delle loro dottrine. Un’azione diversa, ma non per questo meno presente ed efficace, l’idea leviana la svolse in seno alle società segrete esoterico-misterioso finchè dal XIX secolo in poi. La partecipazione del Levi a numerose di queste confraternite, tra le quali i Rosacrociani e la Massoneria, influenzò in qualche modo il patrimonio tradizionale della cultura di queste associazioni. Tracce di Levi si riscontrano nelle istituzioni della “Societàs” Rosicruciana in Anglia e da qui si trasmisero alla Società Teosofica, fondata dalla Blavatsky, prima, e nell’Antroposofia di Steiner, poi, mentre alcuni aspetti del mondo magico leviano penetrano fin nelle costituzioni delle diverse obbedienze massoniche.
Quando muore, nel 1875, Eliphas Levi ha creato un nuovo patrimonio concettuale, destinato a sopravvivergli lungamente. 

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