La fortuna che cos'è?

Ma la fortuna è davvero cieca? Gli psicologi che si sono posti il problema spiegano che dietro alla nostra convinzione di essere ” fortunati” o “sfortunati” c’è il desiderio di tenere sotto controllo gli eventi, soprattutto quelli che ci inquietano. Forti anche di un precedente storico: già negli anni venti l’antropologo Bronislaw Malinowski aveva osservato, studiando gli indigeni della Melanesia, che i pescatori ricorrevano a magie propiziatorie quando dovevano spingersi in acque sconosciute, mentre se restavano vicini a riva si affidavano solo alla loro abilità. “La superstizione” ci offre una (illusoria) sensazione di controllo sugli eventi, che può aiutare a placare le nostre ansie, sostiene lo psicologo statunitense Stuart Vyse, docente al Connecticut College. Per questo ne sentiamo particolarmente bisogno nei momenti in cui ci vediamo più vulnerabili.
Spiegazioni valide, ma non esaurienti, almeno secondo Richard Wiseman, psicologo all’Università dello Hertfordshire, in Inghilterra, con un passato di prestigiatore e una passione per temi insoliti come il paranormale. Alla fortuna e ai meccanismi che la generano Wiseman ha dedicato un complesso progetto di ricerca, finanziato da varie istituzioni- tra cui la British Association for the Advancement of Science- da cui è nato anche un manuale già tradotto in 22 lingue e pubblicato in italiano con il titolo Fattore Fortuna.
Non è la prima volta che la scienza cerca di svelare le leggi della (s)fortuna. Qualche anno fa ci aveva provato un fisico inglese, Richard A. J. Matthewes, dedicandosi in particolare alle leggi di Murphi, ironica summa del pessimismo riassunta nello slogan “se qualcosa può andare storto , lo farà”. Matthewes si è chiesto, in particolare, perché quando una fetta di pane imburrato cade atterri regolarmente dalla parte del burro. Un dato confermato da uno studio sperimentale appositamente organizzato- complice di sponsorizzazioni di un’azienda produttrice di burro- che gli ha permesso anche di dimostrare che l’apparente “sfortuna” è dovuta semplicemente alla relazione fisica tra le dimensioni della fetta stessa e l’altezza alla quale di solito la teniamo.
E altrettanto spiegabili sono risultate altre arcinote iatture, come il fatto che estraendo in successione due calzini da un cassetto questi risultino regolarmente spaiati.
A certi fatti poi- come l’arrivo dell’autobus in contemporanea con l’accensione di una sigaretta- prestiamo attenzione solo quando ci colpiscono, il che contribuisce a rafforzare i nostri pregiudizi e a farci ignorare le leggi della probabilità. La differenza tra eventi ordinari e straordinari è soggettiva, spiega Lorenzo Montali, ricercatore presso il Dipartimento di psicologia dell’Università di Milano-Bicocca. “Essere in ritardo, per esempio, è un evento comunissimo, ma ce ne ricorderemo certamente, considerandolo un colpo di fortuna, se quel ritardo ci ha salvato da un disastro”.
Studiando il pensiero non razionale, Michael Wohl, psicologo della Carleton University, nell’Ontario, ha verificato per esempio che molti giocatori accaniti sono convinti di poter influenzare l’andamento di un gioco d’azzardo grazie alla loro “fortuna”, ignorando le leggi della probabilità e sopravvalutando le possibilità di vittoria. “Spesso non ci rendiamo conto che ci sono eventi rari ma non impossibili, come vincere alla lotteria” aggiunge Montali. “Se entriamo al casinò e facciamo una bella vincita, non pensiamo al fatto che qualcuno doveva necessariamente vincere”.
Esito analogo ha avuto una ricerca realizzata da Paola Bressan, dovente di psicologia all’ Università di Padova, e pubblicata nel 2002 sulla rivista “Applied Cognitive Psychology. In questa indagine, i soggetti studiati erano persone che credono in eventi paranormali, e ancora una volta si è visto che certi eventi sembrano straordinari proprio perché non si tiene conto della possibilità che si verifichino.
I ricercatori interessati a questi temi tendono però ad analizzare specifici comportamenti, e non il nostro rapporto con la fortuna in quanto tale. Secondo Wiseman non lo fanno “perché si tratta di un concetto difficile da definire, o perché molti psicologi non amano affrontare temi legati alla superstizione o alla magia.

LA FORMULA FORTUNA
Nel 1994, per tradurre un concetto così elusivo in caratteristiche concrete, Wiseman ha messo un annuncio su un giornale, chiedendo a persone particolarmente fortunate sfortunate di mettersi in contatto con lui per poterne analizzare i comportamenti. Scoprì così che circa il nove per cent degli individui può definirsi sfortunato, mentre il 12% è classificabile come favorito dalla sorte. Tutti gli altri rientrano nella media. L’analisi sperimentale dei tratti caratteriali che differenziano le due categorie ha permesso di concludere che le persone sfortunate sono più tese e concentrate, mentre i fortunati tendono a guardare le cose in modo più rilassato, e senza perdere di vista il quadro generale. Per esempio, Wiseman ha dato alle sue “cavie” un giornale da sfogliare, chiedendo loro di contare le foto pubblicate e promettendo un premio a chi avesse risposto correttamente. Peccato che il numero giusto fosse stampato a caratteri evidenti su una pagina che molti- gli “sfortunati”- hanno ignorato, perché troppo concentrati nel compito che era stato loro affidato.
In base ai dati raccolti dallo psicologo, essere fortunati vuol dire soprattutto saper cogliere o creare l’opportunità e gli incontri più vantaggiosi. “Stiamo conducendo una ricerca proprio sulle basi statistiche di quel meccanismo che potremmo definire “com’è piccolo il mondo”,- che ci porta a incontrare spesso persone che per il caso sono in relazione con altre persone legate in qualche modo a noi , spiega lo psicologo. “Sappiamo che i fortunati” sono anche i più abili a stabilire legami tra diversi gruppi di individui, aumentando così la possibilità di fare incontri utili.
Le altre “costanti” della fortuna consistono, secondo Wiseman, nel seguire il proprio intuito, essere ottimisti rispetto al futuro, non arrendersi di fronte alle difficoltà e ai fallimenti volgendo per quanto possibile al meglio anche gli eventi negativi. Insomma, nell’imparare a guardare le cose in modo diverso. “Possiamo considerarci fortunati o sfortunati a seconda del punto di vista o delle persone con cui scegliamo di confrontarci” osserva lo psicologo. “Molte delle mie cavie fortunate”, si consideravano tali pur avendo vissuto eventi drammatici, malattie o lutti. Che cosa dovrebbe pensare una persona involontariamente coinvolta in un grave e “sfortunato” incidente, da cui è uscita seriamente ferita, ma fortunatamente viva?. Di solito- nota lo psicologo- i pessimisti si giudicano semplicemente realisti. Però gli ottimisti, quelli che vedono sempre il bicchiere mezzo pieno e si dicono fortunati, anche se vivono in una sorte di illusione, ne godono gli effetti positivi. Così come le persone che hanno una fede religiosa- tema di un’altra ricerca di Wiseman- grazie alla quale si può riuscire a dare un senso agli eventi che segnano la vita.

A SCUOLA DI FORTUNA
ATTRIBUIRE GLI EVENTI AL DESTINO E’ UN ILLUSIONE COGNITIVA, MA I AIUTA A VIVERE MEGLIO

E questo, per quanto banale, è un meccanismo che sta alla base del nostro modo di vedere il mondo: “La tendenza a cercare di dare ordine e significato a quello che succede intorno a noi, creando rapidamente una relazione tra eventi simultanei o in rapida successione- come un tuono e il temporale che lo segue, o l’indigestione di un cibo avariato e il malessere che ne deriva- e indispensabile per la sopravvivenza”, ricorda Paola Bressan. Proprio le persone più portate a questo atteggiamento- che la Bressan definisce “cercatori di significato”- tendono a sottovalutare le leggi della probabilità e a rilevare un maggior numero di coincidenze, che possono essere attribuite alla sorte o a esperienze paranormali. “Si tratta di illusioni cognitive, che però ci aiutano a vivere meglio”, spiega la psicologa.
Attribuire gli eventi alla sorte poi ci consente di essere più indulgenti con noi stessi. “Secondo la teoria dell’attribuzione, proposta nel 1958 dallo psicologo Friz Heider, quando ci troviamo di fronte a un evento e ne analizziamo la causa, possiamo basarci su una dimensione interna o esterna rispetto a noi stessi, e stabile o instabile in termini temporali”, spiega Montali. Insomma possiamo attribuire un esame fallito alla nostra impreparazione, a un improvviso malumore del docente oppure alla sua costante e inevitabile antipatia nei nostri confronti.
In questo quadro, fortuna- e sfortuna- sono cause esterne instabili, che cercano di dare senso a un evento che per noi non ne ha, riducendo l’ansia causata dall’incertezza. E al tempo stesso ci assolvono da eventuali colpe: “E’ un errore di protezione del self- spiega Montali- tanto più che spesso tendiamo ad attribuire i successi alle nostre capacità e i fallimenti alla sfortuna”. Un ragionamento scorretto, e per di più inevitabilmente soggetto a pregiudizi. “Uno studio realizzato nel 1974 mostra che individui di entrambi i sessi, se interrogati sulle cause del successo professionale di personaggi famosi, tendono ad attribuire quello degli uomini alle loro capacità e quello delle donne alla fortuna.”
La superstizione, il pensiero magico, sono strumenti per affrontare un’incertezza che ci fa paura: considerarci sfortunati è un modo per dire che i nostri fallimenti non dipendono da noi, sintetizza Wiseman, che oggi offre vere e proprie “lezioni di fortuna” a manager altri interessati.
“Alcuni dei miei allievi sfortunati, una volta assimilate le regole da me suggerite, sono riusciti a modificare radicalmente la loro vita” spiega.
Essere fortunati vuol dire soprattutto imparare ad affrontare i problemi in modo creativo.
E quindi anche liberarsi dalle superstizioni, che a volte possono trasformarsi in profezie che si “autoavverano” quando, per esempio, la convinzione che possa accadere qualcosa di brutto ci rende ansiosi e insicuri, quindi più vulnerabili e soggetti a incidenti di ogni genere. Un’indagine pubblicata nel 1993 sul “British Medical Journal”- e confermata da uno studio pubblicato nel 2002 sull’American Journal of Psychiatry,- mostra che la giornata di venerdì 13 è particolarmente a rischio di incidenti stradali. A causarli è proprio il nervosismo dovuto al fatto che in Gran Bretagna e Stati Uniti il 13 è considerato un numero di malaugurio, come da noi il 17.
Anche rivolgersi a maghi indovini è un sistema per allontanare l’incertezza, affidando ad altri il nostro destino. “Spesso queste persone ci prospettano problemi che neppure esistono, per poi offrirci il costoso rimedio. E sono abbastanza astute da convincerci che è stato proprio il loro intervento a scongiurare una minaccia in realtà inesistente, spiega Wiseman”. Chi invece si fa leggere il futuro, spesso tende a ignorare le predizioni negative, concentrandosi su quelle positive. E’ un atteggiamento tipico di chi non ama l’incertezza, mentre la mia esperienza mostra che proprio le situazioni indeterminate sono quelle che ci permettono di assumere il controllo della nostra vita.
Molti, poi, confidano in un oggetto “portafortuna”, magari perché lo avevano con sé in un momento particolare favorevole della loro vita: i talismani ci danno la sensazione di riprendere il controllo della situazione, e in se non sono negativi- molte delle persone fortunate che ho studiato ne hanno uno- purché non diventino una scusa per non preparasi adeguatamente alle scadenze importanti , conclude lo psicologo inglese. Il quale, da parte sua, sta preparando un “portafortuna scientifico”, e cioè un medaglione sul quale ha fatto incidere i principi ispiratori della scuola della fortuna, e si prepara a testarlo sperimentalmente con i suoi allievi per verificarne l’efficacia. 

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